lunedì 20 febbraio 2017

Accentuate the positive: incontro con Al Jarreau (ottobre 2004)

Da "Il Tempo" (ottobre 2004)


Bretelle nere e berretto da crooner, Al Jarreau, lo scat-singer del jazz, si esibirà mercoledì sera all’Auditorium Parco della Musica in un show a base di swing e popular-standard dell’America anni Quaranta. Il sessantaquattrenne “musicista vocale”, come è stato definito per la sua versatile abilità, ha appena inciso “Accentuate the positive”, il suo punto di vista sul cosiddetto swing revival. Nato a Milwaulkee, nel Wisconsin, Al Jarreau è stato l’unico interprete a vincere il Grammy Award in tre differenti categorie: jazz, pop e rhythm’n’blues. Un’intensa emozione, ritmica, elastica e mistica, è il motore pulsante del suo stile vocale: il grande successo arriva negli anni ’80, quando brani come “Your song” di Elton John, “She’s leaving home” dei Beatles, “The dock of the bay” di Otis Redding, grazie alla sua interpretazione si trasformano in nuovi hit da classifica. A distanza di tanti anni, il suo charme appare intatto al servizio della musica delle origini e si traduce anche in suo personale omaggio a Betty Carter nel brano “Betty Bebop’s song”.

Mister Jarreau, ha scelto un titolo promettente per il suo nuovo album...

“Accentuate the positive” è un brano del 1944, scritto dalla coppia di autori Mercer-Arlen come “ac-cent-tchu-ate the positive” per esaltare la scansione sincopata e brillante del tema. Esistono molte canzoni che contengono lo stesso tipo di messaggio, ma questa è quella che più ha a che vedere con il mio background e le mie origini. E’ la mia visione della vita, l’unico mezzo per il perseguimento della felicità. Essere allegri e, al tempo stesso, eliminare la negatività che ci circonda è il primo dei miei comandamenti”.

Con quale criterio ha selezionato i brani del disco?

“Ho sempre fluttuato tra i generi ed è sempre stato facile collocarmi in diverse categorie e, nello stesso tempo, in nessuna. Per la prima volta posso dire di aver realizzato un album jazzy, il mio primo “jazz-oriented album”. E’ il disco più acustico e diretto che abbia mai inciso. Si va dai classici come “The nearness of you” di Hoagy Carmichael e “The foolish heart” di Victor Young a “I’m beginning to see the light” di Duke Ellington e “Groovin’ high” di Dizzy Gillespie, passando per “Waltz for Debby” di Bill Evans”.

Cosa pensa dell’ondata swing che ha portato al successo internazionale giovani cantanti come Michael Bublè o Jamie Cullum?

“Bublè? Come ha detto che si pronuncia? No, non lo conosco. Niente male Cullum, ma siamo sicuri che sia un crooner? Vede, Cullum rielabora un background jazzistico per fare un altro tipo di musica e la sua bravura consiste nel saper trasformare l’old style in qualcosa di divertente”.

Chi è oggi il cantante jazz?

“Siamo ancora lontani dalla possibilità di racchiudere il jazz in una definizione. Billie Holiday è jazz. Jon Hendricks o Harry Cornick rappresentano diversi modi di intendere il cantante jazz. Gli interpreti pop o r&b, nell’approccio vocale sono un tono sotto ai jazzisti, ma è una definizione di cui non sono sicuro. Diana Krall è nella tradizione di un Nat King Cole, e un chitarrista come George Benson è un ragazzo che fa soprattutto scat e bebop.

C’è una canzone del momento che le piacerebbe incidere?


“E’ veramente difficile da trovare. Non ascolto molto le novità, ma alla radio ho scoperto le voci di Sheryl Crow, Mary J. Blige e Celine Dion”.


T. P.




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