martedì 10 gennaio 2017

L'aria triste che noi amiamo tanto

1967-2017: cinquant'anni senza Luigi Tenco


Dead man singing. Tenco è un morto che canta. Uno spirito del suo tempo in anticipo sui tempi. Il Pasolini della musica leggera che ha tracciato la linea contro il pericolo di un golpe musicale e da quella “linea gialla” sembra che ti dica “Io so. Io so i nomi”.

Un rocker, un jazzista, un crooner che canta e scrive di nascosto, pieno di propositi, brani come “Ciao ti dirò” e sempre salutando ne va con “Ciao amore ciao”, senza fare in tempo a realizzarli. Suicida o no (e io direi proprio di no), Tenco non poteva immaginare che quella canzone di presunta “evasione”, sarebbe stata davvero un addio.

Le cose migliori di Tenco autore e interprete sono quelle in cui abbandona le convenzioni da balera, il folk-beat o il primo rock’n roll d’imitazione e prende consapevolezza della sua irrequieta esigenza di espressione artistica.
Con lui, nel volgere di pochissimi anni, la canzone di protesta diventa canzone di lotta, il tono confidenziale è più vicino all’irriverenza di Piero Ciampi che alla morbidezza di velluto di Nat King Cole, a cui all’esordio diceva di ispirarsi.

Il suo sorpasso era nelle scelte che già aveva fatto. Come autore, anzi, era già decollato: in tante memorie Fabrizio De André ha scritto che per cuccare si spacciava per Tenco, che mentre ballava con una ragazza sulle note di “Quando”, diceva che quelle parole le aveva scritte lui. Di certo, non uno sfigato. Il Festival, dal canto suo, aveva già bocciato in precedenza canzoni come “E se domani” e “Il ragazzo della via gluck” non mandandole in finale. Brani di Giorgio Calabrese e Adriano Celentano, colleghi frequentati molto da vicino per non sapere che da quelle esperienze se ne potevano trarre anche vantaggi.

E’ nelle ballad che Tenco diventa il grande cantautore, un simbolo per tutti quelli alla ricerca di altri mondi musicali possibili, alternativi alla logica commerciale. Nelle sue canzoni antisistema, in anticipo sul ’68, il privato diventa politico. Luigi Tenco è l'archetipo del cantautore militante degli anni ‘70 addirittura in un film del ‘62, “La cuccagna”, per la regia di Luciano Salce, dove al posto di un suo brano preferisce inserire, voce e chitarra, “La ballata dell'eroe” di De André. Il romanticismo della sua poetica e della sua figura ne fa, però, giustamente più un poeta maledetto del rock che  il cantore della lotta di classe.

Con un linguaggio schietto, elegantemente scandaloso, preso dal quotidiano e non dal canzoniere dei luoghi comuni, Tenco disturba i benpensanti, smonta il castello della morale diffusa: “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”; “Se sapessi come fai a fregartene così di me”; “Così la smetterai di darmi il tuo amore col contagocce”, solo per citare qualche verso.

L’ultima foto scattata a Luigi Tenco da Renato Casari
 il 26 gennaio 1967 al Casinò di Sanremo
 per “La Domenica del Corriere”.
In un’intervista radiofonica di quel Sanremo, ritrovata da Enrico de Angelis, Daniele Piombi chiede a Tenco se la sua canzone sia adatta o meno ai giovani. Con una risposta chiara e candida, lui ribalta tutta la mentalità dell'epoca: “Io penso che i giovani, come tutti gli altri, siano adatti alle belle canzoni”.

Fin dal suo primo album, il progetto culturale di Tenco è quello che poi battezzerà col nome di “Linea gialla” in contrapposizione alla “Linea verde” propugnata da Mogol, il suo maggior antagonista ideologico in quell’edizione del Festival e nei mesi che precedettero la rassegna.

Le mie canzoni – scriveva Tenco nelle note di copertina del primo LP –vanno viste non tanto nel quadro della “Musica leggera” o “da ballo” quanto in quello della musica popolare”.
In successive dichiarazioni la linea gialla si va definendo: “Secondo me la soluzione non è quella di guardare all'estero per imitare il genere degli altri. L'unica cosa da fare è sfruttare il patrimonio musicale nazionale. Bang bang è un disco che va fortissimo  in questi giorni, ed è una melodia tipicamente italiana. Ma si vende perché è stata proposta dagli americani. Se l’avessimo fatto noi per primi, non ci avrebbero nemmeno guardati in faccia. Bisognerebbe prendere melodie tipiche italiane e inserirle nel sound moderno, come fanno i negri con il rhythm and blues, che proviene dal jazz, o come hanno fatto i Beatles, che hanno dato un suono di oggi alle marcette scozzesi invece di suonare con le zampogne”.

Sempre in risposta a Mogol, più orientato verso il superamento della protesta con motivi e temi incentrati sull'ecologismo e la speranza, nel novembre del '66 il settimanale “Big” pubblica una lettera di Tenco: “Perché la linea verde? A cosa serve? E soprattutto a chi serve? Serve a chi vuole intorbidare le acque o per cause bassamente pubblicitarie o comunque speculative. Noi nella pace e nella libertà non vogliamo “sperare”, ma preferiamo ora lottare su una trincea fatta di splendide e significative note, per conservarle o conquistarle. Questo è bene che si sappia, com’è bene che i giovani si guardino dai mistificatori della musica leggera”.

Nell'ora talent del giudizio, del replicante che si inceppa, della scorciatoia al successo e del risultato immediato,  è questa la più importante eredità di Luigi Tenco.



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