domenica 23 febbraio 2014

A certe altezze... (Dedicato a Francesco Di Giacomo)



Non ho mai pianto e riso insieme così tanto. Francesco Di Giacomo, una delle voci più belle della storia del pop-rock italiano, aveva un cuore grande ed era una spalla formidabile, nel senso comico e filosofico della vita. Mi aveva adottato. Undici anni fa, prima di conoscerlo, sulle pagine degli Spettacoli di un quotidiano, scrissi che era il “barbone” più elegante della scena musicale. Non l’aveva dimenticato e, quando per la fretta usciva con il maglione sbagliato o la camicia non stirata, lo ripeteva alla sua amata Antonella: “Sai cosa ha scritto Timi di me? Cercava la mia complicità, specie da quando la grande famiglia di “Stradarolo” (il meraviglioso Fesival di “arte su strada” di Zagarolo e Genazzano ideato e diretto dai Tetes de Bois) mi aveva accolto, e mi diceva: “tanto prima o poi, dopo una bella cena, a Satta je meniamo tutti insieme!”. Ecco, appunto, Andrea Satta, al mio fianco, rimasto senza padre, il 21 febbraio 2014, per la seconda volta. Andrea guardava a Francesco come a un faro, come a un gigante buono che splendeva e che doveva splendere ad ogni costo, ma anche come a un bambino “con la barba piena di zucchero a velo”. Insieme sembravano Tom e Jerry, nei loro occhi il guizzo e il furore, la lampadina che si accende e improbabili impalcature che crollano e, sotto, loro due che, resistenti a tutto, si proteggono non perdendosi mai di vista.
Una coppia nella vita, ma anche in un film di Agostino Ferrente, che ne racconta il sogno e l’ironia, purtroppo interrotto dai meccanismi della produzione…
Set del "Film a Pedali" (foto T. Pinto)
Quel poco che ho descritto spiega il perché di tante acrobazie, la voglia di dare a Francesco sempre il piedistallo più alto, la ribalta metafisica che ne
mostrasse inequivocabilmente il genio e la sregolatezza, la forza magnetica e il dolce sguardo, il piglio intriso di animo popolare e il dettaglio del fuoriclasse, le sue comiche incazzature e la sua repentina capacità di recuperare con ironia. Nel 1994, il 14 luglio, ad un anno dalla morte di Leò Ferré, Andrea chiese a Francesco di presentare il primo cd autoprodotto dei Tetes de Bois. Era un disco dedicato ai loro amori francesi, primo fra tutti Léo.
Fu uno show case itinerante, a bordo del tram numero 30, una vettura degli anni Venti in regolare servizio che portava la bizzarra compagnia, mischiata ai romani e ai turisti, in giro da Porta del Popolo a Porta Maggiore a Porta San Paolo. Di Giacomo, seduto al posto del bigliettaio e in divisa da vero tranviere, rispondeva alle richieste delle ignare vecchiette munite di trolley per la spesa, leggendo pagine da “Sputerò sulle vostre tombe” di Boris Vian. Tutto regolarmente organizzato con le necessarie autorizzazioni e persino uno sponsor, la libreria “Rinascita” di via delle Botteghe Oscure, con il suo direttore storico, Urbano Stride, che li seguiva in motorino.

Un’altra volta, a Stradarolo 1998, Andrea gli affidò una corriera anni’60, di quelle con lo spazio per le valigie sul tetto e il vetro anteriore diviso a metà. Mentre il conducente faceva il giro della campagna romana, da una strada consolare all’altra, Francesco era ai fornelli a cucinare bucatini all’amatriciana, minestra di fagioli e carciofi alla romana per i “viaggiatori” del Festival.
Nel 2001, di nuovo insieme, sulla Ferrovia dell’Allume, il paesaggio lunare della Tuscia, impreziosito da piccole stazioncine liberty abbandonate. Francesco questa volta, era su un bidone di benzina, piazzato sui binari della fermata fantasma di Civitella Cesi, provincia di Viterbo, a leggere “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino. In un’altra stazione del percorso, nel 2007, ad Allumiere, per una tappa del tour “Avanti Pop”, a raccontare la magia del tempo e dell’umanità sul cassone di un Ape verde petrolio.

Di nuovo, nel 2007, sul tranvetto del 1924 che, dalla Stazione Termini, attraversando la periferia est di Roma, dal Mandrione al Pigneto, al Casilino, fino a Pantano Borghese, ben oltre il Racconto romano, dove forse un giorno vedremo comparire la moderna metropolitana, Francesco, alloggiato nella sua postazione in carrozza, leggeva Pasolini per uno spettacolo della Notte Bianca, che i Tetes, con la solita testa situazionista, hanno chiamato “Tramiamo”.
Set del "Film a Pedali" (foto T. Pinto)

Una postazione “Di Giacomo” era sempre prevista a Genazzano, durante “Stradarolo”, dove, capando cicoria e fagiolini per le signore dei vicoli, declamava Trilussa. Ricordo Francesco inseguire Andrea sul ponte “tibetano” in val Di Fassa, in una scena del “Film a pedali”, cui accennavo prima, tra le macerie dell’Aquila, sull’ammiraglia della Transumanza a pedali, seduto come il Dalai Lama su un risciò pedalato da Andrea che, dopo pochi metri dalla partenza, non avendo calcolato la larghezza posteriore, ha finito la sua corsa incastrato nell’uscita della Fortezza Da Basso di Firenze.  

Nel settembre del 2004, al concerto dei Tetes de Bois, in piazza dei Cinquecento a Roma per la rassegna Enzimi, Francesco preferì quello di Fiuggi di Lou Reed e Patti Smith. Ma anche in quel caso, non riuscì a recidere il cordone ombelicale con Andrea che gli chiese un collegamento telefonico per intonare “Perfect Day” durante l'esecuzione di Lou Reed, e condividerne l’emozione con il pubblico della piazza romana. Al campetto dello sport di Fiuggi sui cellulari nessuna rete, tutti improvvisamente a cercare di fare da antenna, al buio, a frugare nelle borse degli amici per trovare quella tacca in più.

Alla fine si fece, con il telefonino di Maria Cristina, che forse aveva Tim. E anche quella volta, Andrea potè dire “l’amico mio c’era” e Francesco diventò amico anche di queste tre sognatrici di Radio Rai, la Pinto, la Zoppa e la Malantrucco, e con una, in particolare, avrebbe condiviso la “sventura” di ritrovarsi Andrea Satta sul proprio cammino. Nei giorni a seguire, Francesco mi chiese almeno cinque volte di ringraziare la mia collega per aver tirato fuori dal sacco quel cellulare provvidenziale. Noi non finiremo mai di dire grazie a lui per aver tenuto a battesimo il nostro programma “Scherzi della memoria”, in onda per diversi anni nella notte di Radiouno.

Il collegamento dall’alto non gli era ancora riuscito, quello in mongolfiera, a descrivere il panorama in diretta su un’emittente locale, cucinando uova strapazzate. Era tutto pronto, a Stradarolo ’99, superato lo scetticismo del sindaco di Genazzano, l’incredulità dei pompieri e dei vigili urbani, fatta l’assicurazione per spedire Francesco nella cesta di vimini, mongolfiera recapitata dal Piemonte da una società di noleggio ai nastri di partenza, passeggero unico già imbracato, con gli occhiali da saldatore, ormai votato al sacrificio. Il pubblico del Festival avrebbe sentito il suo reportage, attraverso casse distribuite lungo un percorso artistico che si snodava, contemporaneamente, per centinaia e centinaia di metri nei vicoli dei due paesi.
Caro Francesco, solo il cielo non era pronto, e le condizioni meteo non permisero ai tuoi amici di sollevarti più di quanto avresti mai potuto immaginare.

Vedendo l’esito di questo Sanremo avresti esclamato “E c’Arisemo!” Più o meno quello che hai detto arrivando in ritardo a casa nostra, martedì, per la prima serata. “Ho sentito Arisa in macchina, questa vince n'antra vorta…”. Chi l’avrebbe mai detto Francé che mi sarei ritrovata dopo tre giorni a pensarti come Claudio Villa, l’unico a morire la sera prima della finale, con Fazio che dà l’annuncio, come fece Baudo prima di far cantare “Nostalgia canaglia” ad Al Bano e Romina, in un'epoca senza social, nè wikipedia.
A proposito, Francè, altro che Reuccio, la tua faccia è bella e famosa a Roma come la Bocca della Verità, ci penso io a Satta non ti preoccupare, e “smettila Andrea con questa tua aria da Gerard Philippe” glielo dirò ogni tanto anch’io, per ridere e piangere insieme come abbiamo fatto tante volte e come non smettiamo di fare in queste ore.
Sarà per le tue “lanose gote”, ma so cosa vorresti dirmi in questo momento, sfranta per il tuo ultimo volo: “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”.
  
Serata "Notturno italiano", ass. cult. Apollo 11

Auditorium Parco della Musica, Roma 9 giugno 2013



A seguire, un testo di Francesco Di Giacomo per Stradarolo '99

A CERTE ALTEZZE (ho poco tempo Andrea)

      A certe altezze, si fanno più leggibili, le parti fisiche, di una terra, sempre più gnoma, boccia, pallino, punto puntino, punto, appunto.
      A certe altezze, braccia e gambe, e seni e ventrame sparpagliato, alterni a tessuti muscolari, viadotti e vialetti, terminali nervosi e l’intestino enorme. Autostrade, strade, autosentieri, colline e montagne e mo’ basta! Nella somma di puzze e odori celestrini da piastrellaio, quel cielo a noi così poco riverito, come un grande cesso pubblico.
      A certe altezze una serie di sussurri e sospiri, di grida e di dolcezze, di impressioni basse e bestemmie sante.  Su tutte il pensiero veloce di un bambino che scrive col dito per aria: “ pallone, palla, boccia, pallino, punto, puntino: voglio venire anch’io”.
      A certe altezze non si deve mai dire maestà. I re sono così lontani, a certe altezze.

 FRANCESCO DI GIACOMO

Avanti Pop - tappa di Padova, giugno 2007 (foto T. Pinto)





sabato 8 febbraio 2014

L’importanza di chiamarsi Peppa Pig



Il cartone animato della generazione “touch-screen” (i bambini nati dopo il 2007, anno di diffusione dei primi smartphone) è sicuramente quello che gli inglesi, con immancabile sense of humor, hanno chiamato “Peppa Pig”, la maialina col profilo che ricorda il phon Rowenta della nostra infanzia. Un nome azzeccato ed efficace che rimbalza allegramente sulla bocca di tutti, genitori, nonni e bambini, dai 6 mesi ai 66 anni, quasi un codice comunicativo per entrare in connessione con la cosiddetta “lallazione”, quando i più piccini cominciano a produrre sillabe a ripetizione con le prime consonanti, la “m” di mamma, ma anche la “t”, la “d” e, soprattutto, la “p” di “pa-ppa” e di “pa-pà”. Ecco perché, subito dopo, arriva lei, la “pe-ppa” dei nostri tempi.

Il primo segreto è dunque questo, un nome che funziona o, come diceva Oscar Wilde, citato nel titolo di questo post,  che "procura delle vibrazioni", con un suono che scalda il cuore a sentirlo pronunciare. Tutti i bimbi cominciano a vibrare nel loro primo ballo quando parte il loop di note Sol Mi Do Re Sol / Sol Si Re Fa Mi Do della frenetica sigletta, a incorniciare episodi brevi, tarati sul giusto intervallo di concentrazione di un bambino così piccolo e sul tempo di carico di una lavatrice, ad esempio, qualora si volesse indagare anche questo tipo di risvolto pratico. Piccole pause per rifiatare senza sentirsi in colpa, essenziali per una mamma che in cinque minuti riesce a riconquistare la solitudine del bagno. Un sereno relax con Peppa Pig, programmata per ricominciare un attimo prima che il bambino stesso possa chiederlo, un pacchetto di episodi brevi tenuti insieme dall’inesorabile sigla a soddisfare il più importante dei requisiti: la ripetitività, in un’età insaziabile, in cui le richieste di bis sono potenzialmente infinite.
Molti si sono chiesti in questi ultimi mesi, il perché di tanta peppamania. Genialiata del nome a parte, i motivi si possono analizzare e sono semplici.


I bambini si identificano nell’egocentrismo fisiologico della protagonista. Se prima erano in tre i piccoli porcellini della Disney, ora è Peppa al centro della narrazione, proprio come nelle famiglie di oggi, dove le coppie arrivano tardi al primo figlio e prima di metterne in cantiere un altro, si concedono una pausa di riflessione di tre o quattro anni. Non c’è lupo cattivo (che, a proposito dei porcellini Disney creati negli anni ‘30, aveva la voce dell’indimenticabile Arnoldo Foà), non ci sono nemici da sconfiggere o atavici conflitti irrisolti, c’è solo un modello di società in cui potersi riconoscere.
Peppa è la versione moderna di Barbapapà, anche lui tutto rosa. I colori pastello, le forme morbide e arrotondate, l’ingenuità della linea, lontani anni luce dal 3D da inseguire a tutti i costi. E’ il cartone che più gli si avvicina, ma l’impegno sociale ed ecologista non è più appannaggio di un nucleo familiare di eroi speciali (con ben 7 figli), ma è a portata di tutti, delle famiglie estese di oggi che collaborano e fanno comunità, meglio se multiculturale, piena di amici e compagni di viaggio come non si vedeva dai tempi dell’arca di Noè. Un mondo animale variopinto, grande metafora dell’integrazione e della salvezza umana. Non è l’unico ritorno alle origini proposto dagli autori della serie.

Tutti gli episodi raccontano una quotidianità disarmante, che descrive l’ufficio del papà, la casa del compagno di scuola, l’ospedale, la visita medica, dentista o veterinario, le feste di compleanno, il parco giochi, l’orto urbano, la piscina, la gita fuori porta, la sosta per fare benzina. La casa è sulla collina, il sole è giallo con i suoi singoli raggi che si possono contare, sottili come le braccia dei personaggi, linee dritte ed essenziali, la stessa tecnica elementare utilizzata dai bambini che, nei loro primi disegni, mettono al centro proprio la famiglia. C’è poi il dettaglio degli occhi che, secondo un’analisi della psicoterapeuta Silvia Vegetti Finzi, nasconde una conoscenza della psicologia infantile da parte di chi ha inventato il cartone: «Peppa, anche di profilo, ha due occhi. E i bambini piccoli riconoscono la faccia proprio dagli occhi. Quindi il fatto che Peppa abbia gli occhi anche sul profilo rende tutto più facile».
Peppa e il suo fratellino George hanno i genitori che tutti vorrebbero, sempre presenti, ma non invadenti, ironici, complici, pronti all’autocritica, capaci di vivere per sempre felici e contenti, rotolandosi in una pozzanghera di fango.

C’è poi un’altra cosa. Peppa Pig è nata in Inghilterra nel 2004. E’ arrivata in Italia nel 2010. E’ il primo cartone modello Ikea, che propone il mondo edulcorato del cake design, un fai da te sognante, monotono e ripetitivo. L’arredo, le cornici al muro, il tavolo, il letto a castello in ferro laccato della cameretta, persino il dinosauro di pezza, giocattolo preferito di George, è un must della famosa catena svedese. Non ci sono giochi elettronici, ma se manca qualcosa, Mamma e Papà Pig la ordinano via Internet. Peppa e il fratellino giocano con le cose semplici che hanno a disposizione, persino il saltellare nelle pozzanghere nell'era dell’ iPad, è un tornare alle origini e ai giochi di strada di un tempo.

Infine, i grugniti. Devo ammettere che qui mi fermo, ma sono tre gli elementi che fanno di Peppa una maialina, il naso, il verso e il fango, e guarda caso sono proprio le cose meno gradevoli di tutta la storiella, edulcorata, dolciastra, ma dolcemente irriverente. “Il grugnito arriva dalla colonna sonora internazionale”, mi spiega Tatiana Dessi, la doppiatrice che ha dato l’anima a Peppa e che all'inizio non avrebbe mai scommesso sull’esito brillante e fortunato della nuova serie animata. Da circa 4 anni, Tatiana e gli altri doppiatori della famiglia Pig lavorano in isolamento e non più insieme come agli inizi, quando avevano tutta l’energia e l’assetto di un Quartetto Cetra. Si chiama “colonna separata”. Così, ciascuno di loro, in un solo turno, riesce a registrare episodi per non so quante puntate: “da soli si macina di più che in compagnia, non hai motivi di distrazione, chiacchiere o commenti, e le righe da leggere scorrono velocemente”.
Ha sempre esercitato un enorme fascino, su di me, il mondo del doppiaggio, quello di professionisti come Tatiana Dessi che oggi devono e riescono a doppiare persino se stessi.

Tatiana Dessi, voce di Peppa Pig

© Riproduzione riservata