giovedì 23 novembre 2017

La missione di Wim Mertens


Stereonotte, lo storico spazio musicale notturno di Radio1, trasmetterà venerdì 24 novembre, una speciale intervista con Wim Mertens, maestro del minimalismo europeo, protagonista, qualche giorno fa, di un concerto in esclusiva al Teatro Regio di Parma con i sessanta elementi della Filarmonica Arturo Toscanini nell’ambito del Barezzi Festival.


Al microfono di Silvia Boschero, Mertens ha annunciato in anteprima assoluta il titolo della sua prossima opera: “Missionized”. “Un lavoro nato intorno al concetto di “missione”, ha detto il re fiammingo dell’ambient e dell’avant-guarde –. Sono partito da questa domanda: possiamo avere la pretesa di lavorare per una missione? Può la musica avere di nuovo una missione? Ma il disco avrà anche a che fare con la tematica della colonizzazione: l'opera dei missionari appunto. Il fatto che gli europei imposero un loro standard nell'arte, nella cultura e, ovviamente, nell'economia”.


Il pianista e compositore belga che nel libro “American minimal music” parlava della musica rivoluzionaria degli anni ‘60 e ‘70 crede fortemente nella creatività delle nuove generazioni: “Oggi abbiamo molti giovani compositori, non ci sono solo quelli della mia età, ma i ventenni. E la loro creatività non dipende più da qualcuno che deve dare loro il permesso, ora hanno un accesso libero da sfruttare. E' un'evoluzione interessante perché ci stiamo allontanando dagli standard in tutti i generi: nella musica classica, in quella orchestrale, nel pop e nella musica commerciale. A mio parere tutto ciò ha a che fare con la nostra relazione con l'autorità. Che oggi è completamente cambiata. Negli anni ‘60 e ‘70 c'era rispetto totale dell'autorità, che era accettata da tutti, e quindi rispetto dello standard. Sappiamo che tutti gli aspetti dell'autorità (il rapporto professore-studente, genitore-figlio), tutte queste cose sono cambiate. Anche la maniera di produrre musica negli anni Settanta era diversa, dipendeva anch'essa da un'autorità: noi eravamo totalmente dipendenti dalle orchestre. Quando invece iniziai a registrare con un multi-traccia significò che non dipendevo più da ensemble istituzionali o organizzati. Dalle autorità musicali”. 


Questo distinto signore belga di sessantaquattro anni ricorda, infine, il suo esordio tutto italiano: “Nel 1982, il mio primissimo concerto fuori dal Belgio fu a Bologna e Siracusa. Suonai open air a Bologna e poi guidai tutta la notte, portando con me il mio piano elettrico, che era un piano italiano, fino alla Sicilia. Quando arrivai la prima cosa che feci fu andare a tagliarmi i capelli dal barbiere. Fu un fatto simbolico: qualcosa era cambiato nella mia vita. Stavo finalmente realizzando il mio sogno di fare dei concerti e accadde proprio in Italia”.

Tra i brani in scaletta, Stereonotte trasmetterà il tema più celebre di Mertens “Struggle for pleasure”, brano divenuto popolare nel nostro paese negli anni ’80 come colonna sonora di uno spot televisivo.



venerdì 3 novembre 2017

Carmen Consoli, la sirena che guarda il mare


Per gli speciali di Radio1 Rai dedicati all’ultima edizione del Premio Tenco, Stereonotte ha trasmesso l’intervista alla “cantantessa” italiana più amata, simbolo della canzone d’autore al femminile: Carmen Consoli.

“Tra i nuovi cantautori spicca senz’altro Levante – ha detto la Consoli –, un’artista molto originale e ironica. Se qualcuno ha voluto accostare il suo nome al mio, posso esserne solo lusingata”.

Dietro le quinte del Teatro Ariston di Sanremo, ai microfoni di Silvia Boschero e Timisoara Pinto, la Consoli ha parlato dei sogni di suo padre, di suo figlio, della nuova canzone d’autore, del suo intimo legame con il mare (tema del Tenco 2017) e di un ideale di accoglienza .

“Il mare è l’elemento che mi ha fatto decidere di vivere in Sicilia, di far crescere mio figlio a Catania con mia madre. La scuola di mio figlio è proprio sul mare, ad Aci Castello, e vedere ogni mattina questo blu immenso, bellissimo, brillante, è qualcosa a cui non credo di poter rinunciare.  E’ una grande metafora il mare, la metafora del viaggio, delle nostre odissee mentali, porti a cui approdare per poter crescere e cambiare. Un giorno anche mio figlio cercherà di andare via dalla sua terra, come lo abbiamo desiderato tutti. Il sogno è un valore che si è perso ultimamente. Noi inseguiamo il profitto in nome del dio denaro, però il mare ti restituisce questo diritto, l’idea che sia importante continuare a sognare".
Inevitabile un riferimento agli sbarchi dei migranti, ai quali, ha raccontato Carmen Consoli, talvolta ha portato un piccolo aiuto. "Purtroppo oggi il mare è anche ambasciatore di cose tristi. Sulle nostre coste questo sguardo oltre l’orizzonte ci restituisce frammenti di vite spezzate. Con la mia famiglia portiamo uova sode e coperte”.

Al Tenco in qualità di ospite, ma anche di produttrice di Gabriella Lucia Grasso che correva in cinquina per la Targa “miglior album in dialetto”, la Consoli ha ribadito l’importanza del lavoro artigianale anche in discografia: “Dare la possibilità ai nuovi cantautori di farsi conoscere era il sogno di mio padre e così anni fa abbiamo creato insieme la Narciso Records, un piccolo laboratorio sull’Etna pieno di strumenti analogici”.




venerdì 6 ottobre 2017

Per una musica senza “fake news”. Niccolò Fabi a Stereonotte Radio1


A Stereonotte su Rai Radio1, Niccolò Fabi canta Dylan, parla della sua generazione e racconta i risvolti virali di titoli shock, di cui recentemente è stato, suo malgrado, protagonista...


Questa notte, su Rai Radio1, il programma musicale “Stereonotte” ha trasmesso il live acustico e una lunga intervista con Niccolò Fabi. Ai microfoni di Silvia Boschero, il cantautore ha ribadito che il concerto-evento del 26 novembre a Roma non sarà certamente l’ultimo, ma una grande festa all’alba dei cinquant’anni (Fabi li compirà nel 2018).


Sul rapporto tra media tradizionali, social media e fake news, Niccolò Fabi ha raccontato le surreali conseguenze di un titolo
sensazionalistico che annunciava il suo congedo dal mondo della musica: “Da una parte mi ha sorpreso positivamente scoprire che fosse importante per qualcuno la notizia di un mio ritiro definitivo dalle scene. Dall’altra mi ha terrorizzato la consapevolezza che tutti noi, senza distinzione di età o livello culturale, leggiamo solo i titoli. Che si tratti di vaccini, terremoti o canzonette, il tipo di atteggiamento è lo stesso: non abbiamo più l’educazione all’approfondimento. Nei due giorni successivi al titolo-bufala abbiamo venduto mille biglietti per quel concerto. Le carriere si devono molto di più a questa presenza mediatica basata su notizie shock, che ai manifesti pubblicitari nelle grandi stazioni. L’effetto di un grande investimento pubblicitario tradizionale è nullo rispetto a una notizia che buca la disattenzione e arriva al livello “A” di attenzione mediatica”.

Non è l’unico episodio per il quale Fabi si ritrova a fare i conti con la potenza dei social o dei media in genere: Sui manifesti che pubblicizzavano la data di Napoli a inizio estate, la località Sant’Elmo è diventata S. Antelmo. Come se il santo si chiamasse Antelmo e non Elmo. La foto, con tanto di risatine e scritte ironiche, è finita sui social ed è rimbalzata immediatamente, tanto che il giorno dopo “Il Mattino” di Napoli ha titolato “Clamorosa gaffe sui manifesti della tournée di Niccolò Fabi”. Raccontare l’errore evidentemente fa molta più simpatia, tanto che a quel concerto abbiamo avuto un pienone che sinceramente non ci aspettavamo”.

Dopo i primi vent’anni di carriera suggellati con l’uscita, il 13 ottobre prossimo, del cofanetto Diventi Inventi 1997-2017”, Fabi prenderà solo una pausa. “E’ il tempo del festeggiamento. Dopo tanto "Costruire", è arrivata la fase del godimento. Bisogna anche assaporare quello che un uomo ha costruito con il tempo, altrimenti è una vita perennemente passata a una preparazione di qualcosa che poi rischia di non arrivare mai”.

A proposito di carriera, Niccolò parla della sua generazione: “A Roma avevamo un altro approccio estetico. A differenza degli Afterhours, dei Marlene Kuntz, dei La Crus e di altri protagonisti della scena anni Novanta, noi romani siamo etnicamente e biologicamente un popolo di cantautori. Questo non esclude il lavoro di gruppo. Tutt’altro: siamo dei cantautori che hanno sempre suonato con la band. Abbiamo trovato un difficilissimo equilibrio in cui poterci assumere la responsabilità nominale, personale del nostro lavoro e, allo stesso tempo, condividere la musica fra di noi. Abbiamo quindi una diversa modalità di essere “gruppo”. Inevitabilmente anche i riferimenti erano diversi: i Police, ad esempio, era la band che univa tutti noi. Quello di Sting era forse l’unico gruppo non ereditato dai fratelli maggiori, come è accaduto invece con i Led Zeppelin, i Pink Floyd o altri vissuti “di seconda mano”. E poi la nostra generazione aveva i cantautori con la chitarra: Dylan “l’inevitabile” perché era più facile da suonare rispetto a un James Taylor con i suoi arpeggi. Tra i riferimenti italiani sicuramente “i due Luci”, Lucio Battisti e Lucio Dalla, una produzione affascinante dal punto di vista delle sonorità con testi, manco a dirlo, grandiosi. Ma nel mio bagaglio ci metto anche i cantautori meno blasonati, più laterali, come Edoardo Bennato o Alberto Fortis, sicuramente  meno aulici, meno letterari rispetto a Fabrizio De André che, invece, ho sempre masticato meno, perché ci sentivo poca sporcizia musicale”.



sabato 9 settembre 2017

Canteranno le canzoni: Rino Gaetano e i suoi figli unici



Gianna oggi ha 56 anni. Non la canzone, ma lei, la protagonista, quella ragazza un po’ confusa e tanto felice che, suo malgrado, ha rappresentato i due momenti di svolta nella vita artistica di Rino Gaetano. La prima nel 1978, quando “Gianna” arriva terza a Sanremo e prima in Hit Parade; la seconda nel 1996, grazie agli Articolo 31, artefici della riscoperta e della contagiosa “rinomania”. La loro “Così e cosà”, un rap con campionamenti vocali e strumentali di “Gianna”, prende linfa da un ritornello marpionissimo e rinnova il tormentone, scatena la curiosità dei ragazzi per quel personaggio col cilindro che ogni tanto spunta su manifesti e magliette come un Che Guevara col cappello di Petrolini.

Il culto è dilagante e, con gli anni, produce libri, biografie, cover, tribute-band, festival, rassegne, un inedito a Sanremo e una fiction per la tv. I “luoghi” romani di Rino diventano meta di raduni e pellegrinaggi: piazza Sempione, il portone di casa con la targa alla memoria, l’incrocio del 2 giugno sulla via Nomentana, il Verano.

Rino, il Jim Morrison italiano, ispira versi, confidenze e poesie racchiuse nei quaderni che la sua unica sorella, Anna, mette a disposizione di quanti vanno a trovarlo. Fiori, peluche, ciondoli, accendini, disegni, concertini improvvisati, ognuno in quel piccolo riquadro lascia quel che può, ma di Rino si sono portati via più volte anche la fotografia (fino a che Anna non ne ha messa una antifurto in ceramica) e qualcuno a caccia di reliquia o suo surrogato, ha addirittura sottratto l’ukulele in marmo che era fissato con un perno sulla lapide.

Gli anni Ottanta non sono stati grandi alleati, ma il ricordo di Rino non si è mai spento completamente. Nasce un premio itinerante organizzato da Pino Scarpettini, compagno di It, la mitica etichetta discografica che ha creduto in Rino Gaetano, nella sua voce roca, nel look anticonformista, nel suo sguardo lucido e poetico, nelle sue trovate da palcoscenico. Tra gli emergenti premiati dal 1982 al 1985: Mario Castelnuovo, Giampiero Artegiani, Grazia Di Michele, Flavio Oreglio.
Nei negozi spunta qualche raccolta quando il cd prende il posto dei vinili nei nostri scaffali e il primo tributo con “Aida ‘93”, una versione a più voci su etichetta Bmg Ariola con i cantautori partecipanti all'iniziativa “Tour in Città”: Mario Amici, Angela Baraldi, Leandro Barsotti, Samuele Bersani, Bungaro, Enzo Carella, Bracco di Graci, Angelo Messini, Tosca.

Negli anni le royalties sui suoi brani finiscono direttamente nelle casse della Rca che deve recuperare i settantacinque milioni che Rino aveva chiesto in anticipo per l'acquisto di una casa e per potersi sposare.
Poi le grandi dichiarazioni di amore e ammirazione degli ultimi anni. Tutta una generazione di cantautori dice di essersi ispirata direttamente a Rino Gaetano o di ritrovarsi descritta così bene nelle sue parole.

Dopo gli Articolo 31, anche Piotta si lancia in citazioni. “E’ il mio cantante preferito – ha dichiarato Tommaso Zanello – Uno che ha insegnato a molti come dire certe cose tra le righe con ironia”. Lorenzo Jovanotti, quando ricorda i suoi esordi radiofonici, racconta le ore trascorse al revox a compilare la colonna sonora della notte: “All’epoca non c’era la playlist, si poteva mettere di tutto. Ascoltavo poco gli italiani, ma devo ammettere che il modo di scrivere di Rino Gaetano mi ha influenzato molto”. E ancora: Simone Cristicchi che nel 2003 vince il “Cilindro d’Argento” un premio per cantautori emergenti all'interno del Festival "Una Casa per Rino" e per il suo idolo scrive una poesia in romanesco. Max Gazzè, per le filastrocche che non passano per puro disimpegno, Peppe Voltarelli per l’urlo malinconico surrealista e lo sguardo tipico di chi vive tra due luoghi.

Una scoperta per Sergio Cammariere, anche lui calabrese, unito a Rino da una certa somiglianza fisica e anche da un segreto di famiglia finalmente svelato: la madre di Rino è figlia “illegittima” di Francesco Cammariere, nonno di Sergio. Da Francesco Tricarico, “sono legato a Rino per una sorta di affinità stilistica e per la forte componente teatrale del suo lavoro”, fino a Brunori Sas che del continuo confronto col mito di Crotone, va fierissimo: “Sarà perché lo sguardo disilluso è un po’ il marchio di fabbrica di chi ha vissuto in un paese del sud”. Anche la vittoria semiologica di Gabbani a Sanremo ci riporta al Festival del 1978: “Le mie influenze musicali sono molto eterogenee, ma essere paragonato a Rino mi fa un piacere estremo”.

Nel gioco delle parole a incastro e del divertire con intelligenza, cantano Gaetano anche Pino Marino e Daniele Silvestri, vicini per il gusto del paradosso, della citazione, del situazionismo serio e gigionesco.
Tanti gli artisti presenti nei vari tributi: Andrea Rivera, Diana Tejera, Paolo Rossi, Tetes de Bois, Bobo Rondelli, Zibba, Bugo, Roberta Carrieri, Babalot, Angela Baraldi, Claudio Santamaria, oltre, naturalmente, alla Rino Gaetano Band (la cover band ufficiale guidata dal nipote Alessandro Gaetano).

E lui, Rino Gaetano, cosa amava di più, cosa ascoltava? I Beatles e i cantautori, Enzo Jannacci era il suo preferito. Ma l’allievo batte il maestro quando all’inizio del ’75, Jannacci pubblica “Quelli che” della durata di oltre otto minuti, Rino gli risponde con “Ma il cielo è sempre più blu”, superandolo di una decina di secondi.

Rino è cresciuto in collegio tra i libri di Pavese, Palazzeschi, Ionesco, a teatro aveva interpretato Beckett e Majakovskij. Alle domande sulla politica e il “nonsense”, con il suo scanzonato spirito anarchico, tagliava corto: “Io scrivo canzoni d’amore per la società”.

Una testimonianza di “rinomania” all'estero arriva da un'intervista di qualche anno fa con Nicola Di Bari, il primo ad incidere una canzone di Rino Gaetano, “Ad esempio a me piace il sud”, nel 1974: “M’innamorai subito del suo modo di fare. Per gli altri era un fuori quota, per me un piccolo poeta. Era meridionale come me, Rino raccontava una situazione che conoscevo bene, era una dolce critica alla nostra maniera di essere al sud, con qualche inflessione politica dentro, ma comunque leggera. Ad ogni modo, il pezzo mi somigliava tantissimo e continua a essere uno dei miei cavalli di battaglia. Nella versione spagnola il brano assume il tono di una ribellione nei confronti della società ed è diventata la canzone simbolo degli studenti sudamericani. Un inno che si intona alle feste di laurea, per contestare le cose che non vanno da quelle parti..”.


Proprio come aveva sperato lo stesso Rino Gaetano durante un concerto: “Sento che in futuro le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera!”. O, quella volta in tv, nel ’79, quando Pippo Baudo, utilizzando il metodo Rino, scherzando gli chiese: “Tra questi tre personaggi chi vorresti essere: Renato Rascel, Renato Carosone, Renato Zero?” e Rino rispose: “Vorrei essere re-nato”.




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da "Vinile" agosto 2017

sabato 4 marzo 2017

Sotto il cielo di Roma con Mannarino


Roma a cielo aperto. Parte da qui, dalla sua città, Alessandro Mannarino per tornare dalla musica che lo ha rapito, quella capace di portar via anche la tristezza. Il suo “amor all’incontrario”, con i suoi silenzi e le sue contraddizioni, è il simbolo, il bersaglio e il motivo stesso di questo disco.
“Roma”, canzone d'apertura, è la sua “avvelenata”, feroce come una pasquinata, dedicata a chi sceglie di restare. Per resistere bisogna strillare più forte delle campane “che sonano sempre, sonano lente, sonano a morte”.

Mannarino, in “Apriti cielo” c’è ancora la rabbia del tuo disco d’esordio?
Quella è superata. Già dal secondo album e, soprattutto con “Al monte”, il terzo, ho seguito un percorso più riflessivo e questo nuovo lavoro non lascia spazio al malumore ma alla consapevolezza. La rabbia di oggi viene dalla delusione.

Quale? 
Se cammino per le strade vedo una situazione sconfortante: grida xenofobe, muri che si alzano, mentre il cielo è sempre più scuro.

Da cosa dipende tutto questo?
Dall’ideologia religiosa, dalla teocrazia, questa associazione a delinquere tra Stato e Chiesa che impone in ogni nostro quartiere la presenza di una caserma e di una chiesa, una a controllare il corpo, l’altra la mente. E il responsabile principale di tutto ciò è il Papa Re.

Anche questo Papa?
Certo, il dogma non è mica cambiato ed è quello il male assoluto. Considerare le nostre vite quasi come un pre-purgatorio in cui espiare le colpe. E invece io voglio dire che la carne vale, che il corpo è una cosa bellissima, la vita ha un inizio e una fine, e non c’è religione che possa dividerci.

Come nelle atmosfere sonore del tuo disco…
E’ un escamotage esotico che ho inserito nella mia musica per raccontare un’altra storia, quella del sincretismo religioso dell’Africa e di chi non ha secoli di cattolicesimo alle spalle.

C’è anche la tua passione per la musica brasiliana e un artista in particolare, Chico Buarque. Come l’hai conosciuto?
L’ho incontrato a Rio de Janeiro, a casa sua, o meglio sul suo campo da calcio, dove si allena ancora oggi, a 73 anni, tre volte alla settimana. Mi ha detto: “italiano catenaccio” e mi ha piazzato subito in difesa.

Avete parlato anche di musica?
Gli ho detto che ho imparato tanto dalle sue canzoni e che gli sono grato per tutto quello che ha scritto e fatto. Poi mi ha mostrato la foto di una partita con Bob Marley, su quello stesso campo, tanti anni fa.

Tornando a “Roma”, scrivi “serve la bandiera co le stelle”, a cosa ti riferisci?
Roma è una provincia dell’Impero violentata dagli americani che libera tutti e poi li occupa, ma attraverso Roma, voglio parlare dell’Occidente stesso. Anche sui dollari c’è l’occhio di Dio, questa connivenza Stato-Chiesa è ovunque, in tutti i posti di potere: “hai creduto alla bucía de un mercante forestiero e der magnaccia della Compagnia”.

Quale Compagnia? Dei Gesuiti?
L’ha detto tu, non io.



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lunedì 20 febbraio 2017

Accentuate the positive: incontro con Al Jarreau (ottobre 2004)

Da "Il Tempo" (ottobre 2004)


Bretelle nere e berretto da crooner, Al Jarreau, lo scat-singer del jazz, si esibirà mercoledì sera all’Auditorium Parco della Musica in un show a base di swing e popular-standard dell’America anni Quaranta. Il sessantaquattrenne “musicista vocale”, come è stato definito per la sua versatile abilità, ha appena inciso “Accentuate the positive”, il suo punto di vista sul cosiddetto swing revival. Nato a Milwaulkee, nel Wisconsin, Al Jarreau è stato l’unico interprete a vincere il Grammy Award in tre differenti categorie: jazz, pop e rhythm’n’blues. Un’intensa emozione, ritmica, elastica e mistica, è il motore pulsante del suo stile vocale: il grande successo arriva negli anni ’80, quando brani come “Your song” di Elton John, “She’s leaving home” dei Beatles, “The dock of the bay” di Otis Redding, grazie alla sua interpretazione si trasformano in nuovi hit da classifica. A distanza di tanti anni, il suo charme appare intatto al servizio della musica delle origini e si traduce anche in suo personale omaggio a Betty Carter nel brano “Betty Bebop’s song”.

Mister Jarreau, ha scelto un titolo promettente per il suo nuovo album...

“Accentuate the positive” è un brano del 1944, scritto dalla coppia di autori Mercer-Arlen come “ac-cent-tchu-ate the positive” per esaltare la scansione sincopata e brillante del tema. Esistono molte canzoni che contengono lo stesso tipo di messaggio, ma questa è quella che più ha a che vedere con il mio background e le mie origini. E’ la mia visione della vita, l’unico mezzo per il perseguimento della felicità. Essere allegri e, al tempo stesso, eliminare la negatività che ci circonda è il primo dei miei comandamenti”.

Con quale criterio ha selezionato i brani del disco?

“Ho sempre fluttuato tra i generi ed è sempre stato facile collocarmi in diverse categorie e, nello stesso tempo, in nessuna. Per la prima volta posso dire di aver realizzato un album jazzy, il mio primo “jazz-oriented album”. E’ il disco più acustico e diretto che abbia mai inciso. Si va dai classici come “The nearness of you” di Hoagy Carmichael e “The foolish heart” di Victor Young a “I’m beginning to see the light” di Duke Ellington e “Groovin’ high” di Dizzy Gillespie, passando per “Waltz for Debby” di Bill Evans”.

Cosa pensa dell’ondata swing che ha portato al successo internazionale giovani cantanti come Michael Bublè o Jamie Cullum?

“Bublè? Come ha detto che si pronuncia? No, non lo conosco. Niente male Cullum, ma siamo sicuri che sia un crooner? Vede, Cullum rielabora un background jazzistico per fare un altro tipo di musica e la sua bravura consiste nel saper trasformare l’old style in qualcosa di divertente”.

Chi è oggi il cantante jazz?

“Siamo ancora lontani dalla possibilità di racchiudere il jazz in una definizione. Billie Holiday è jazz. Jon Hendricks o Harry Cornick rappresentano diversi modi di intendere il cantante jazz. Gli interpreti pop o r&b, nell’approccio vocale sono un tono sotto ai jazzisti, ma è una definizione di cui non sono sicuro. Diana Krall è nella tradizione di un Nat King Cole, e un chitarrista come George Benson è un ragazzo che fa soprattutto scat e bebop.

C’è una canzone del momento che le piacerebbe incidere?


“E’ veramente difficile da trovare. Non ascolto molto le novità, ma alla radio ho scoperto le voci di Sheryl Crow, Mary J. Blige e Celine Dion”.


T. P.




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martedì 10 gennaio 2017

L'aria triste che noi amiamo tanto

1967-2017: cinquant'anni senza Luigi Tenco


Dead man singing. Tenco è un morto che canta. Uno spirito del suo tempo in anticipo sui tempi. Il Pasolini della musica leggera che ha tracciato la linea contro il pericolo di un golpe musicale e da quella “linea gialla” sembra che ti dica “Io so. Io so i nomi”.

Un rocker, un jazzista, un crooner che canta e scrive di nascosto, pieno di propositi, brani come “Ciao ti dirò” e sempre salutando ne va con “Ciao amore ciao”, senza fare in tempo a realizzarli. Suicida o no (e io direi proprio di no), Tenco non poteva immaginare che quella canzone di presunta “evasione”, sarebbe stata davvero un addio.

Le cose migliori di Tenco autore e interprete sono quelle in cui abbandona le convenzioni da balera, il folk-beat o il primo rock’n roll d’imitazione e prende consapevolezza della sua irrequieta esigenza di espressione artistica.
Con lui, nel volgere di pochissimi anni, la canzone di protesta diventa canzone di lotta, il tono confidenziale è più vicino all’irriverenza di Piero Ciampi che alla morbidezza di velluto di Nat King Cole, a cui all’esordio diceva di ispirarsi.

Il suo sorpasso era nelle scelte che già aveva fatto. Come autore, anzi, era già decollato: in tante memorie Fabrizio De André ha scritto che per cuccare si spacciava per Tenco, che mentre ballava con una ragazza sulle note di “Quando”, diceva che quelle parole le aveva scritte lui. Di certo, non uno sfigato. Il Festival, dal canto suo, aveva già bocciato in precedenza canzoni come “E se domani” e “Il ragazzo della via gluck” non mandandole in finale. Brani di Giorgio Calabrese e Adriano Celentano, colleghi frequentati molto da vicino per non sapere che da quelle esperienze se ne potevano trarre anche vantaggi.

E’ nelle ballad che Tenco diventa il grande cantautore, un simbolo per tutti quelli alla ricerca di altri mondi musicali possibili, alternativi alla logica commerciale. Nelle sue canzoni antisistema, in anticipo sul ’68, il privato diventa politico. Luigi Tenco è l'archetipo del cantautore militante degli anni ‘70 addirittura in un film del ‘62, “La cuccagna”, per la regia di Luciano Salce, dove al posto di un suo brano preferisce inserire, voce e chitarra, “La ballata dell'eroe” di De André. Il romanticismo della sua poetica e della sua figura ne fa, però, giustamente più un poeta maledetto del rock che  il cantore della lotta di classe.

Con un linguaggio schietto, elegantemente scandaloso, preso dal quotidiano e non dal canzoniere dei luoghi comuni, Tenco disturba i benpensanti, smonta il castello della morale diffusa: “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”; “Se sapessi come fai a fregartene così di me”; “Così la smetterai di darmi il tuo amore col contagocce”, solo per citare qualche verso.

L’ultima foto scattata a Luigi Tenco da Renato Casari
 il 26 gennaio 1967 al Casinò di Sanremo
 per “La Domenica del Corriere”.
In un’intervista radiofonica di quel Sanremo, ritrovata da Enrico de Angelis, Daniele Piombi chiede a Tenco se la sua canzone sia adatta o meno ai giovani. Con una risposta chiara e candida, lui ribalta tutta la mentalità dell'epoca: “Io penso che i giovani, come tutti gli altri, siano adatti alle belle canzoni”.

Fin dal suo primo album, il progetto culturale di Tenco è quello che poi battezzerà col nome di “Linea gialla” in contrapposizione alla “Linea verde” propugnata da Mogol, il suo maggior antagonista ideologico in quell’edizione del Festival e nei mesi che precedettero la rassegna.

Le mie canzoni – scriveva Tenco nelle note di copertina del primo LP –vanno viste non tanto nel quadro della “Musica leggera” o “da ballo” quanto in quello della musica popolare”.
In successive dichiarazioni la linea gialla si va definendo: “Secondo me la soluzione non è quella di guardare all'estero per imitare il genere degli altri. L'unica cosa da fare è sfruttare il patrimonio musicale nazionale. Bang bang è un disco che va fortissimo  in questi giorni, ed è una melodia tipicamente italiana. Ma si vende perché è stata proposta dagli americani. Se l’avessimo fatto noi per primi, non ci avrebbero nemmeno guardati in faccia. Bisognerebbe prendere melodie tipiche italiane e inserirle nel sound moderno, come fanno i negri con il rhythm and blues, che proviene dal jazz, o come hanno fatto i Beatles, che hanno dato un suono di oggi alle marcette scozzesi invece di suonare con le zampogne”.

Sempre in risposta a Mogol, più orientato verso il superamento della protesta con motivi e temi incentrati sull'ecologismo e la speranza, nel novembre del '66 il settimanale “Big” pubblica una lettera di Tenco: “Perché la linea verde? A cosa serve? E soprattutto a chi serve? Serve a chi vuole intorbidare le acque o per cause bassamente pubblicitarie o comunque speculative. Noi nella pace e nella libertà non vogliamo “sperare”, ma preferiamo ora lottare su una trincea fatta di splendide e significative note, per conservarle o conquistarle. Questo è bene che si sappia, com’è bene che i giovani si guardino dai mistificatori della musica leggera”.

Nell'ora talent del giudizio, del replicante che si inceppa, della scorciatoia al successo e del risultato immediato,  è questa la più importante eredità di Luigi Tenco.



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