sabato 17 febbraio 2018

Mister Ghezzi



A Frosinone, dove si era trasferito negli ultimi anni, lo chiamavano ancora signor Ghezzi. I suoi successi, “Voglio stare con te”, “Tu nella mia vita”, “Noi due per sempre”, “Un corpo un’anima”, non erano semplici promesse da marines...
Nel Gennaio ’75, l’Italia che non voleva il divorzio si prende la sua rivincita con il ritornello “e non ci lasceremo mai…”, anche se a cantarlo è la prima coppia mista dello spettacolo italiano, Wess e Dori Ghezzi.

(intervista con Wess pubblicata su “Musica Leggera” - Luglio/Agosto 2009)

Ripartiamo dall’America. Dove ci troviamo esattamente?
North Caroline, mi hanno appena regalato una piccola tromba. Andare a scuola per me significava entrare nella classe di musica, tutto il resto non mi interessava. Così, mi sono sempre occupato della banda, un lavoro molto complesso perché in America ogni scuola ha la sua squadra di baseball e quando la squadra si muove, si sposta anche tutta la banda musicale. 130 elementi che, insieme alle majorette, hanno il compito di occupare lo spazio tra il primo e il secondo tempo, invadendo il campo con uno spettacolo vero e proprio. Io all’epoca suonavo già tutti i fiati, sapevo leggere le parti e fu facile per me diventare il “drum major” dell’orchestra.

Il direttore?
Sì, nelle bande si chiama così perché si presume che le bande siano principalmente basate sulle percussioni. Nella mia banda c’erano 12 batterie e 2 grancasse, oltre naturalmente a tutti gli altri strumenti.

Quanti anni avevi?
Ho seguito la banda per un paio d’anni circa, fino a 16 anni e mezzo. Sai, in America a 15 anni si è grandi. Per fortuna ho studiato anche un po’ il francese e ho fatto bene, anche se allora non potevo di certo immaginare che sarei finito in Francia.

Una fermata intermedia prima del grande sbarco nel Lazio, come mai?

Porto di Norfolk, Virginia, Stati Uniti. Facevo il militare alla Naval Station Norfolk, una delle più grandi basi navali del mondo. E’ lì che ho conosciuto Rocky Roberts e i nostri Airedales. Arruolati come marines siamo diventati abili musicisti: la sera scendevamo dall’Independence, la nostra enorme nave, e andavamo a suonare sul lungomare di Norfolk. Poi è successo che l’ufficiale del nostro reparto, Doug Fowlkes, è diventato il nostro manager. Fowlkes aveva sposato una donna di Cannes, così, scaduto il nostro tempo sulla nave, decidemmo di scendere tutti insieme sulla costa francese. Siamo rimasti un mese e mezzo, prima di trasferirci stabilmente a Parigi.

Quanto tempo siete rimasti in Francia?

Due anni. La moglie di Fowlkes è stata velocissima a far conoscere Rocky al pubblico francese e noi con lui.

Perché Airedales? Cosa vuol dire?

Diavoli dell’aria. In fondo ci eravamo conosciuti su una portaerei.

E poi capitan Fowlkes ha virato dritto verso l’Italia.

Rocky è approdato alla RCA di Roma e ha avuto successo anche qui. Fowlkes faceva spalancare tutte le porte, è stato anche il manager di Barry White. Quando Fowlkes si è ammalato, Barry l’ha fatto ricoverare e l’ha assistito fino alla morte. Peccato che quando è morto Barry non c’era nessuno accanto a lui.

Eri molto amico di Barry White?

Con Fowlkes l’abbiamo portato una settimana alla Bussola, poi abbiamo fatto Sanremo insieme, alla fine eravamo come due fratelli. Viaggiava sempre con sua moglie Glodean, con la bambina e con sua madre. Barry era una persona pura. Di solito gli artisti hanno la puzza sotto il naso e sono viziati, lui invece non beveva e non fumava, forse mangiava un po’ troppo, questo sì. Abbiamo anche giocato a carte e Barry poteva maneggiare rotoli di 100 dollari come fossero 1000 lire. Questa cosa mi ha molto impressionato perché diventare famosi in America vuol dire soldi.

In Francia avrai conosciuto tutti i grandi artisti di quegli anni.

Ho lavorato con tutti. Nelle tournée noi facevamo il primo tempo. Una volta ho suonato il basso pure per Aznavour. Finito il nostro set, toccava a lui, ma il suo bassista non arrivava. Così mi sono messo ad accompagnarlo, nascosto dalla tenda del sipario, con le parti in mano. L’Olympia l’abbiamo fatta con i Rolling Stones. In quel caso c’era il problema di riempire l’enorme sala con il suono. Allora non si usavano impianti, un gruppo non veniva quasi mai amplificato, solo il cantante aveva il microfono, al massimo c’era un altro microfono per i fiati. Quello che usciva fuori, usciva fuori. Invece un teatro come quello andava microfonato tutto. Allora che ho fatto: ho preso due amplificatori per il basso, due Ampeg americani, e li ho messi uno a destra e uno a sinistra, ottenendo una profondità e un pieno di suono migliore degli Stones che di ampli ne avevano 12, ma intanto si chiedevano come avessi fatto. Loro usavano il famoso Vox, l’effetto strillante resta strillante, non dai maggiore potenza: amplifichi la mentalità, diventa solo più rumoroso. Jimi Hendrix voleva 16 Marshall solo per lui, per la sua chitarra. Infatti un giorno a Milano abbiamo cominciato tardi perché ne aveva contati quindici e se non arrivava anche l’ultimo amplificatore Hendrix non suonava.

Quando hai cominciato a cantare?

Durante le serate, quando Rocky era stanco, io facevo due o tre canzoni per farlo riposare.

E ad un certo punto sei uscito dal gruppo per intraprendere una carriera solista.

Ci siamo separati, ma è stata una cosa decisa a tavolino. Il nostro manager si accorse di avere due artisti ben distinti e che era un peccato accontentarsi del gruppo così come aveva funzionato fino a quel momento.

E Rocky come la prese?

Forse gli ha dato fastidio, non ha più voluto continuare con il gruppo, diceva che ne aveva trovato uno migliore, ma io so che non era così. Il gruppo di Rocky eravamo noi, ecco perché poi io sono andato avanti con gli Airedales.

Però siete sempre rimasti amici, non è così?

Fino alla fine. Io ho una casa a Fregene, lui era in affitto e stava sempre da me.
Quando Rocky è morto, ha portato via con sé una parte della mia vita. Noi siamo sempre stati insieme dall’inizio, seguivo tutte le sue cose, ho scritto tutto per lui, gli arrangiamenti li facevo come voleva lui, sono diventato il suo capogruppo perché ero quello di cui si fidava di più. Il suo successo dipendeva da come preparavo la band, se sbagliavo io sbagliava anche lui. Abbiamo condiviso tantissime cose, basti pensare a “Stasera mi butto”. Sul retro del 45 giri c’era un mio pezzo, “Just because of you”, quindi quando siamo stati premiati per 1 milione e mezzo di copie, ho preso anch’io lo stesso premio.

E dalla RCA perché sei passato alla Durium?

Qui subentra un altro grande amore per me, Little Tony. Io frequentavo Tony molto spesso per via della sua gelosia. Era molto geloso della moglie. Mi spiego. In quel periodo a Roma suonavo al Club 84 e Tony veniva giù a locale per spiare la sua signora, convinto di trovarla lì con qualcun altro. Lo vedevo appostato inutilmente nel suo angoletto e alla fine siamo diventati amici. Mi veniva a prendere tutti i giorni per portarmi in sala. Ho lavorato al missaggio di “Cuore matto” , ho tirato fuori quel basso e l’ho fatto suonare a modo mio. Un giorno Tony mi procura un incontro-audizione con Elisabel Mintanjan, la moglie del presidente della Durium, Krikor Mintanjan, di origini armene. Il contratto è praticamente già pronto, lascio la RCA e porto via anche Rocky, nonostante loro mi avessero sentito cantare nell’album di Rocky e mi avevano già proposto un progetto solista. Lucio Dalla doveva scrivere dei pezzi per me e di quelle canzoni erano già partiti i provini. Devono avermi odiato per questo.

Il tuo primo Lp Durium è “The sound of soul” del 1967. Cosa conteneva?

Il mio repertorio, qualche cover, ma soprattutto i miei brani. Dove vedi Fowlkes-Johnson-King, era un accordo che avevamo preso per dare un contributo al nostro manager. Jessie King era l’organista e poi c’ero io che scrivevo quasi tutto da solo. Il primo pezzo dell’album è “Chapel of dreams” canzone del 1958 portata al successo dai Dubs, un gruppo vocale doo wop, che poi sarebbe diventata, con il testo italiano di Giorgio Calabrese, “I miei giorni felici”. Fu il produttore Giampiero Scussel a suggerirmi di cantarla in italiano, devo sicuramente a lui questa intuizione, anche se io non ho mai amato questa canzone.

E perché?

La odiavo e ancora oggi non la sopporto, ma dopo tanti anni se c’è
un pezzo con cui sono riconosciuto è proprio “I miei giorni felici”. Questo dimostra il potere della discografia, finché fa il suo lavoro: se tu dai una cosa al pubblico, in un primo momento può essere snobbata, ma se questa cosa viene promossa a tappeto alla fine cede sempre il pubblico. La cosa strana è proprio questa, che il pubblico alla fine accetta qualsiasi cosa.

Tornando alle canzoni che ti gratificano maggiormente, preferisci forse “Un corpo un’anima”?

Quella sì che è diventata veramente una cosa mondiale, accettata in tutte le lingue e in tutte le nazioni, al punto che Umberto Tozzi ancora mi bacia quando mi vede. E’ stato in assoluto il suo primo hit, anche se solo come autore. Mi ricordo all’epoca aveva fatto un provino del brano e me lo portò insieme ad altri pezzi. Afferrai subito quella, bocciando le altre.

A proposito di autori, alcuni tuoi pezzi sono firmati da un certo Lubiak, cioè Felice Piccarreda...

Il produttore che mi ha fatto conoscere Dori. In realtà l’avevo già incontrata al Cantagiro del ’69, e già allora stavo meditando un cambiamento – noi americani siamo fatti così, a un certo punto abbiamo bisogno di fare qualcosa di diverso e spesso lo facciamo in coppia. Se ci fai caso, tutti gli artisti americani prima o poi hanno fatto un duetto nella loro carriera. Insomma, fu Piccarreda a chiamare Dori in studio, a Milano. La prima cosa che abbiamo registrato insieme, prima di ufficializzare la coppia, è “Voglio stare con te”, che fu inserita nel mio 33 giri “Vehicle”, quello con tutti gli Airedales sulle moto Kawasaki. E da lì, è partita la nostra scalata finita purtroppo quando è stata rapita.

Dori è stata la prima cantante a cui hai pensato, o avevi fatto anche altri provini?

In verità ero diventato molto amico di una ragazza che faceva la corista di Rita Pavone, si chiamava Rita Monico, aveva una voce pazzesca, voleva fare delle cose da solista e avevo anche scritto delle canzoni per lei. Però aveva un problema alla gamba, non camminava bene e questo le leggi impietose del palco e delle televisione non lo avrebbero ammesso. Io non ho mai voluto parlare di questa ragazza perché poverina ha perso un’occasione d’oro. Chissà come sta oggi…

Prima dicevi che gli artisti hanno la puzza sotto il naso, a chi ti riferisci?

Gli artisti italiani sono tremendi, perché tra colleghi non si salutano. Celentano ed io ci siamo incrociati tante volte e non ci siamo mai scambiati una parola, lo stesso con sua moglie. Loro stanno sulle loro ed io rimango sulle mie, che posso fare? Molti cantanti hanno mantenuto una certa distanza con me. Noi americani non siamo così, artisticamente parlando. Non c’è niente da fare, il modo di pensare a questo lavoro è molto diverso e un collega americano non rifiuta mai una stretta di mano.


Qual è il tuo rapporto con l’America?
Non buono, per questo insistevo ad andare avanti qui e con me ho portato anche i miei due fratelli, Orlando Johnson, il batterista che ora suona nei programmi della Rai e Marvin, che però adesso vive in America, è tornato a casa. Anche quando ho cercato di distribuire i dischi della Durium non è stato facile. Nel 1976 ho fondato la mai etichetta Wesley International. E’ durata 4 anni in Italia e 4 in Nord America.

E per un periodo hai vissuto in Canada.

Mi piaceva di più, facevo molti concerti ed avevo la possibilità di stare vicino agli Stati Uniti, ma in un paese con la mentalità europea. Avevo una grande comunità italiana che mi appoggiava e da lì era più facile manovrare gli affari con New York, anche se nella jungla newyorkese è impossibile sopravvivere. Già allora sparavano 900 produzioni al giorno.

Anche Dori ti raggiunse in Canada?

Non subito, anzi la prima volta mi ha creato anche molti problemi perché una buona metà del tour americano l’ho fatto senza di lei. Il produttore voleva linciare l’impresario, serviva una ragazza somigliante… Pensavamo che nessuno se ne sarebbe accorto. Al Madison Square Garden non c’era Dori, ma una bionda che avevo conosciuto in Canada, totalmente sconosciuta. Era un’italiana del sud, forse pugliese. Lo so non sono belli certi trucchetti, penso pure che il pubblico se ne sia accorto, poi per fortuna Dori mi ha raggiunto a Toronto e abbiamo chiuso il tour insieme. E’ stato un grande successo, ma lei era molto diffidente nei confronti dei produttori italo-canadesi.

Quali sono i numeri del vostro successo in duo?

Impossibile stabilirlo, se pensi che “Un corpo e un’anima” continua a vendere, soprattutto in compilation. In cifre posso dirti che subito dopo Canzonissima arrivò il riconoscimento per 800.000 copie vendute. E’ stato sicuramente il nostro maggiore successo anche negli altri mercati, con diversi milioni di copie solo in Sud America. Quando abbiamo fatto l’Eurofestival con “Era”, la vendita dell’album in Europa aveva raggiunto quota 6 milioni.

Quando la stampa ti chiedeva del duo, tu rispondevi alla solita
domanda così: “Non formiamo una coppia fissa, siamo due solisti che la casa discografica ha messo insieme per vendere più dischi”. A cosa attribuisci il successo, alla tua svolta melodica o alla novità della coppia?

Quello che facevo io è quello che poi ha fatto uno come Zucchero, ma a metà degli anni ’70, il soul e l’r&b non andavano più per la maggiore. Io vedevo la cosa a modo mio, pensavo di fare il colpo grosso, ma i discografici e i media sono riusciti a fare qualcosa di più incisivo, conquistare il cuore delle casalinghe italiane. All’inizio è stata la formula mista che ha più colpito e che ha fatto anche discutere. Ma il successo è questo.

Ricordi qualche episodio in particolare?

Alle volte la cosa era un po’ comica. Anche se avevo semplificato apposta il mio nome –Wess da Wesley Johnson –, la gente trovava più facile chiamarmi signor Ghezzi… anche perché molti erano convinti che Dori fosse mia moglie.

Forse anche voi, per ragioni pubblicitarie, avete giocato con quest’ambiguità.

E’ partito semplicemente come un lavoro. Ma poi, sai, stando insieme è arrivata la tenerezza. Non è durato molto perché io avevo dei problemi, ero sposato, avevo dei figli, non potevo approfondire troppo, anche se mia moglie già sapeva… ma non ho ne ho mai parlato a nessuno: dovevamo sempre nasconderci, per stare da soli scappavamo in montagna, a Bormio. Poi Dori ha cominciato a soffrire, soprattutto quando a Sanremo mi raggiunse mia moglie. Forse dovevo stare solo con lei e non l’ho fatto.

E così è il tuo primo matrimonio finì…

Tanto sarebbe finito lo stesso… Con la vita che facevo era impossibile stare a casa, avevo tutti addosso. Poi quando Dori ha conosciuto Fabrizio, ha cambiato rotta.

Tu l’ hai conosciuto, De Andrè?
Certo, la prima volta ci siamo incontrati per caso in un teatro di Milano. Oddio, non so quanto fosse casuale quest’incontro o magari coordinato da qualcuno, forse per gelosia. So soltanto che io ero uscito con una parente di Dori e alla fine eravamo seduti vicino, tutti e quattro sulla stessa fila di posti numerati… una strana coincidenza, non ti pare? Era pieno di giornalisti che ci scattavano foto ed è stato proprio in quella occasione che è esplosa la novità che lei stava con Fabrizio.

Qual è l’ultima cosa che hai fatto con Dori?
Un album nel ’79, si chiamava “In due”. Poi abbiamo registrato un pezzo che dovevamo presentare al Festival Yamaha in Giappone nel 1980, ma il rapimento in Sardegna mise fine tutto.

L’ultima volta che l’hai incontrata?

Qualche anno fa sono andato a Milano a fare una cosa in teatro organizzata da lei. Era all’inizio della guerra del Golfo. Ora ci sentiamo al telefono ogni tanto, ma non ho potuto più abbracciarla.

Wess, Elisabel Mintanjan (moglie del boss della Durium), Dori Ghezzi



Timisoara Pinto

lunedì 12 febbraio 2018

Fabrizio De Andrè e la Corte dei miracoli

E’ da quando ho visto al Cinema “Principe libero” che mi ronza in testa una parola che forse De André non avrebbe mai usato: “imprinting”. Sì, perché il mio battesimo del fuoco con De André dev’essere avvenuto in un “periodo sensibile”, un incontro, una scoperta che ha lasciato un’impronta forte e precisa e, soprattutto, me ne ha fatta venire in mente un’altra.

Avrò avuto sei, sette anni, ero sul divano davanti alla tv a casa dei nonni, il raduno dei nipoti, la domenica a pranzo. Monocanale per riflesso condizionato in era pretelecomando. Un via vai di adulti chiassosi, tra la cucina e il soggiorno. Fatto sta che, anche in tempi non sospetti, su quello schermo poteva accadere di tutto.  Un film di cappa e spada all’improvviso si trasforma in una raffinata saga a metà tra il cinema d’autore anni ’60 e le cime tempestose delle copertine dei romanzi Harmony.

Un'attrazione sensualissima quella tra la bionda Angelica, marchesa degli angeli, e il suo Joffrey de Peyrac, quello con la cicatrice per sembrare sfigurato ma che, invece, non era brutto per niente.
A seguire, un altro amore, quello tra l'altrettanto bionda Marianna, la perla di Labuan e Sandokan di Kabir Bedi (l’unico e inimitabile), riproponeva sguardi, colori, intrecci e la stessa singolar tenzone.

Alla fine tutti fuori a giocare e al massimo a citofonare, dove macchine non ne passavano e una catasta di macerie sembrava lì apposta per farci arrampicare. Sarà stato per i capelli lunghi e ribelli e perché facevo scherma, ma finivo sempre con l’interpretare sempre un po' Angelica, un po' Sandokan, comunque a battagliare.

Bastava cambiare fascia, perché mia madre mi metteva sempre la fascia, non il cerchietto. Ne avevo una rossa e una celeste. Con la prima ero Sandokan, con l’altra la marchesa degli Angeli.

Non mi ricordo il mio primo incontro con De André, ma guardando “Principe libero”, la schermaglia
tra due personaggi belli e ribelli (quindi doppiamente belli), anche in questo caso la bionda e il tenebroso con cicatrice da qualche parte, mi ha fatto ripensare ai miei eroi dell’infanzia.

Dori Ghezzi e Fabrizio come Marianna e Sandokan, come Angelica e Joffrey, con la loro Corte dei miracoli fatta di pirati, esclusi, emarginati sociali o, per chiudere con le parole dello stesso De Andrè: “quel mondo disperato e affascinante dei miserabili, dei diseredati, di coloro che non hanno avuto fortuna, delle vittime insomma. Coloro, anche, che hanno peccato, che la giustizia dell'uomo tanto spesso condanna senza pensare che spesso è proprio la miseria, la sfortuna, la solitudine a spingerli sulla china del male. Sicché la conclusione è che soltanto la pietà, l'amore può salvare l'umanità''. Ecco, De Andrè e i cantautori sono stati la mia educazione musicale, ma anche e soprattutto, politica e sentimentale.



Timisoara Pinto



mercoledì 31 gennaio 2018

Come chi fu?

Antonio Infantino, i denti cariati... e la patria?



E allora chi fu? Il suo tormentone, “La gatta mammona”, è il mantra che dovrebbe sciamare nella nostra testa in queste ore. Un briccone divino, secondo la felice intuizione di Luigi Cinque nel suo lavoro da regista dedicato ad Antonio Infantino. Si chiama “Fabulous trickster”, il film è praticamente finito, e prende spunto dal saggio antropologico psicanalitico di Paul Radin, Károly Kerényi, Carl Gustav Jung. Una definizione a cui Antonio con grande ironia non si è mai sottratto, salvo poi ribadire ad ogni occasione: “ma perché nessuno dice mai che io ho ricevuto il massimo riconoscimento europeo in ambito culturale da parte dell'Accademia Reale Belga di Letteratura, Scienze e Belle Arti? E' come ricevere il Premio Nobel dello spettacolo!”. Ma questa storia dell'eremita egocentrico che sfuggiva talora per attorcigliarsi in una dose di autolesionistica cialtroneria ci faceva sorridere un po' tutti e lui ci era dentro con tutto il suo copricapo. Forse perché Antonio faceva scivolare le cose nell'imbuto della sua filosofia.

Antonio Infantino era un musico incantatore, quello che insieme a Enzo Del Re ha tracciato il passaggio dal cantore di musica popolare al cantautore. Che ha messo testardamente elementi di musica popolare nella sua personale proposta artistica, fatta di avanguardia, poesia beat e attitudine punk.

Era un architetto e, soprattutto un filosofo, folgorato dalla vicinanza della scuola orfico-pitagorica che aveva in Metaponto, nella terra dov'è cresciuto, in Basilicata, uno dei suoi centri propulsori. “La filosofia è alla base di tutto – mi diceva –. Devo molto alla professoressa di Liceo, Amina Capoluongo Ferrari, tua nonna, perché mi ha insegnato a perseguire i gradi di libertà e la libertà di coscienza. Mi sono interessato di tarantismo e di qualsiasi forma d'arte nella misura in cui sia il tarantismo che ogni forma d'arte sono lo strumento per mantenere e conservare la libertà, non solo nella nostra coscienza ma nel sociale”.  Capite perché c'era un legame fortissimo tra di noi?

Un nomade, uno sradicato, costretto dai fatti, a ingaggiare una forma di guerriglia culturale, per snobismo di ritorno, a rivendicare le radici: “con il mio 110 e lode in architettura, i premi internazionali, ho comunque dovuto fare uno sforzo superiore ad uno di Firenze, perché lui partiva dalla città dell’arte per eccellenza. Ma a Firenze, senza Pitagora, il rinascimento fiorentino non lo facevano mica!”
L'Università per i figli dei baroni non lo aveva previsto e nel suo continuo uscire da un'orbita di se stesso per entrare in un'altra, Infantino si trasferisce in Brasile. Anche lì riesce a fare allo stesso tempo il pittore, l'architetto e il musicista.

“Non mi interessa la tradizione in sé, ma la forza di quella cultura, condividere l’oro dell’umanità. Questo implica uno sforzo enorme per acquisirla, digerirla, ma le culture di cui gli altri sono portatori devono avere pari dignità. “Non sei di Tricarico perché sei nato a Sabaudia, quindi a Tricarico non ero di Tricarico perché nato a Sabaudia, a Potenza non ero di Potenza perché ero cresciuto a Tricarico, a Firenze non ero di Firenze perché venivo da Potenza, in Brasile non ero brasiliano perché arrivavo dall’Italia”. Le conseguenze sociali di questa emarginazione hanno dato un'impronta fortissima alla sua vita.

In Brasile Infantino realizza, tra le altre cose, progetti di urbanizzazione (Ubatumirim), la Chiesa di San Juan per la Braslar - Jacarei a San Paolo e l'album con Fafà De Belèm, “La Tarantola va in Brasile”. Con la sua taran-samba al Tenco del 1977 fece ballare il pubblico del Teatro Ariston di Sanremo come forse non è mai più accaduto.

“Il dialogo e la comunicazione con gli altri avvenivano proprio attraverso la musica. Non era un interesse teorico, era che ti mettevi a suonare e vedevi le combinazioni. Ascoltavi un ritmo e rispondevi con il tuo, era un incrocio, una poliritmia. Come il freejazz rispetto al jazz, la differenza è di mentalità. Adoro la cultura degli altri perché è degli altri. È come se io mi interessassi al corpo degli altri senza tener conto del mio. Del mio in relazione a quello degli altri. Allora con la musica non è la stessa cosa? Suonavamo insieme agli altri, come quando si sta insieme, non è che ad un certo punto io mi faccio uguale all’altro. E questo è fondamentale per capire perché in Italia si fanno, invece, sempre le fotocopie”.

Senza ripercorrere l'intera carriera, basta dire che ad Infantino, in un periodo di grande fervore
controculturale, capita un'occasione dopo l'altra che ne fa anche un genuino precursore. Nel 1966 debutta con un libro di poesie, "I denti cariati e la patria", con la prefazione di Fernanda Pivano: poesie-canzoni con cui Giangiacomo Feltrinelli avrebbe dovuto lanciare una collana sulla beat generation italiana. "Gli occhi strabuzzati del surrealismo, ma il surrealismo della realtà, delle differenze di status. Nelle mie poesie c'era l'alienazione consumistica. Era un modo di essere tarantato non folkloricamente".

Il suo primo album, nel 1968, “Ho la criniera da leone... perciò attenzione”, inaugura l’etichetta “Gruppo 99”, una piccola scuderia musicale all’interno della Ricordi dedicata alla nuova canzone sociale e politica. Con la sigla SMRL 6062, l'album fa parte del primo lotto di dischi "stereo" prodotti in Italia. Arriva con Stereoequipe (SMRL 6060) dell’Equipe 84 e immediatamente prima del debutto a 33 giri di Lucio Battisti (SMRL 6063). I numeri di catalogo attestano la cronologia degli avvenimenti.

Poi il suo produttore, il grande Nanni Ricordi, gli dice “ti interessano le canzoni ‘cuore-amore’ o invece c’è qualcosa in te che fa parte della carne e del sangue della nostra cultura?”. Tra andare a Sanremo o seguire Dario Fo, Antonio non ha dubbi: partecipa a “Ci ragiono e canto” e il posto al Festival si libera per il “successore”. Si toglie anche il foulard dai colori psichedelici per “prestarlo” a Battisti nell'inizio della sua avventura.

Antonio espone le sue opere tra gli artisti della Galleria Numero di Fiamma Vigo. Collabora con i musicisti del Living Theatre, pionieri del free jazz e con artisti performativi, gestuali come Vittorio Gelmetti, Sylvano Bussotti, Pietro Grossi, Giuseppe Chiari e Alvin Curran del gruppo Fluxus. Porta i suoi tarantolati al Folkstudio di Roma, incide i suoi dischi per l'etichetta di Giancarlo Cesaroni e lì debutta con i suoi spettacoli, tra cui“Il ballo di San Vito”.

Ma allora chi fu? Per saperne di più c'è un libro di Walter De Stradis, “Nella testa di Antonio Infantino”, una recente intervista su blogfoolk.it, il film in uscita, un nuovo disco registrato ma ancora inedito. Tante cose in ballo e lui spicca il salto, il paradosso trascendente nel canone in fuga circolare del ritmo ipnotico di cui è maestro, come San Giuseppe da Copertino.

“Nella terra della miseria nera fotografata da Cartier-Bresson negli anni 50, mi piaceva e mi incantava vedere la gente ballare… senza pudore e conformismi, man mano sempre più eccitati come fisiognomiche capre saltanti, gatti, cani, conigli, galline fuggenti, colombe, aquile nel cielo, porci, vacche, tori, cavalli, api ronzanti al ronzio della zampogna… ruotando fino a cadere stressati ma felici, attori di una grande pantomima al ritmo della divina proporzione”.

Negli occhi portava impressa l'immagine di un eroe, il sindaco poeta contadino di Tricarico, Rocco Scotellaro: “con i suoi capelli rossi, la sua dolcezza e la sua autorevolezza, era molto appariscente. Me lo ricordo bene quando camminava davanti al portone di casa mia con Danilo Dolci e Carlo Levi, e noi bambini ci incantavamo, addomesticati e ricomposti come quando passa il santo”.

Ma allora chi fu? E perché Sabaudia? Il 6 aprile 1944, suo padre, già decorato al valor militare, era di servizio sulla costa, a Terracina. “Sono nato sotto le bombe che arrivavano dal mare e sotto i tetti occupati dai tedeschi che sparavano con le mitragliatrici antiaeree. Mio padre dice che fu un ufficiale tedesco a fare da levatrice, secondo mia madre, invece, un tale di San Lorenzo rifugiato nel campo di Sabaudia. Un enigma che non credo risolverò mai. Ecco perché mi è connaturale un così forte senso percussivo nella musica e sono visceralmente scortato da grandi esplosioni ritmiche e da questo benedetto destino che mi porta a girovagare senza correre mai grandi pericoli”.

Una vita vorticosa di quelle che generano una forza centrifuga. Non era facile per nessuno stargli accanto. Avrebbe solo voluto suonare di più, non aspettare mesi e anni per un pagamento. Stanco, arrabbiato, orgoglioso, di quelli che arrivano a sublimare la scelta di vivere senza mai curarsi, senza più fiducia nelle istituzioni e senza illusioni.

Ma allora chi fu? Molti non lo hanno capito. Lo sanno i musicisti di Tricarico che gli sono stati sempre accanto, gli artisti che lo hanno sempre coinvolto nei loro festival. Ce lo vedete Antonio Infantino a seguire un percorso fatto di bandi, protocolli, rendicontazioni? Non si è trovato un modo per sollevarlo dall'ansia del vivere quotidiano attraverso un incarico di prestigio, una docenza accademica. Non poteva essere un meraviglioso testimonial orgogliosamente acclamato della Regione Basilicata? Proprio ora che la nostra regione è così esposta agli sguardi del mondo della cultura?

Parlare con lui era un'esperienza psicanalitica con una certa matematica convinzione che tanto tutto tornava sempre al suo posto, tranne questa volta, che se n'è andato lasciando a noi la quadratura del cerchio.


Timisoara Pinto



Con Enzo Del Re in "Ci ragiono e canto"

Con Enzo Del Re in "Scatola n.3"

L'ultima locandina



Tricarico (MT)

martedì 16 gennaio 2018

Il cielo d'Irlanda e la salsa di mirtillo




Ho scoperto la cranberry sauce quando facevo l’Università.  Dividevo l’appartamento con Audrey, una ragazza irlandese che ha studiato e lavorato a Roma con l’Erasmus. Certo, al cinema tutti intingono il tacchino nella salsa di mirtilli. L’avevo visto in “Quel che resta del giorno” con Anthony Hopkins o in qualche serie tv americana nella scena dell’immancabile pranzo del ringraziamento. Ma il mirtillo era sapere che ogni tanto avrei ascoltato una telefonata tra una madre e una figlia nella lingua scura di Dublino.
Audrey si presentò come ci saremmo vestiti noi nella fase dark di almeno dieci anni prima, quando si ascoltavano i Cure, per capirci: anfibi, capelli nero corvino, top con bretelline, gonne lunghe, matita intorno agli occhi. Tutto rigorosamente nero. Nero con gli occhi celesti su una pelle bianchissima.

Al sole di Roma, quelle volte che Audrey usciva senza lo stucco di protezione sul viso, rientrava rossa come un peperone e le lentiggini che cercava di nascondere con uno strato di cerone bianco che manco la notte di Halloween, tradivano la vera identità, più vicina al candore bucolico di Holly Hobbie che al look lugubre e mortifero di Marylin Manson.

Il vero diavolo era la carne che non mangiava, ma a dire il vero non sono mai riuscita a capire come facesse ad andare avanti a pacchetti di patatine e bicchieri di vino rosso e coca cola, la sua miscela preferita. Infatti, mica li beveva separatamente. Insieme diceva che erano più buoni (anche perché il vinello era quello lanciato sulle tavole di mezzo mondo in confezione tetra pack).

Audrey aveva sempre una bottiglia del suo bibitone accanto al letto. Anche quella mattina quando, diretta verso il bagno, fui quasi accecata da un cono di luce divina nel corridoio. La mia coinquilina era andata a dormire lasciando la porta blindata spalancata, che spaventoso ossimoro. Meno male che nell’androne c’era Egisto, il portiere, un meraviglioso mestiere che anche a Roma purtroppo sta scomparendo.
Erano gli anni dei pub irlandesi e lei lavorava in uno di questi. Quando andavo a trovarla, riuscivo a dirle due parole solo mentre lavava i bicchieri. I bicchieri al pub si lavavano così: due secondi di immersione in una vaschetta piena di detersivo annacquato e poi capovolti a scolare sulla tovaglietta rettangolare con il logo della Guinness.
Erano gli anni dei piercing sulla lingua e dei Cranberries, ma Audrey era pazza di Eros Ramazzotti. Forse all’epoca, per gli studenti Erasmus, era l’unico approccio per iniziare a masticarla la lingua.

Mi parlava molto della sua famiglia numerosa, di un’Irlanda bigotta dove tutti spacciavano pillole del giorno dopo, ma anticoncezionali neanche a parlarne. Dove ti potevi ubriacare come se non ci fosse un domani e appena uscito dal College ti sposavi per metter su famiglia. Delle “vacanze romane” di Audrey e del cielo d’Irlanda visto da qui, ho imparato le sfumature. E anche quel nero, che ora in giro per il mondo abbracciando gli elefanti, la ragazza con gli occhi azzurri e le sopracciglia sottili non indossa più, non era proprio nero nero. Era il nero scolorito, il nero che perde dopo tanti lavaggi. Noi diremmo che diventa color melanzana, ma invece era proprio salsa di mirtillo.


Timisoara Pinto

giovedì 11 gennaio 2018

Nello spazio live di stereonotte con Enrico Rava e AstroSamantha...




Il 12 gennaio, a partire dall’1.30, Stereonotte trasmetterà il live di un gigante del jazz: Enrico Rava. A 78 anni, il trombettista, band leader e “guru” per diverse generazioni di musicisti, non smette di confrontarsi con i giovani talenti.
Nello spazio musicale notturno di Rai Radio1, Enrico Rava sarà accompagnato, infatti, da Francesco Diodati, vincitore, per quattro anni consecutivi del referendum della rivista JazzIt nella categoria miglior chitarrista.

“Stereonotte è una luce in mezzo a tutto il buio che c’è intorno, come i dischi che hanno illuminato la mia infanzia”: saluta così gli ascoltatori l’ospite di Silvia Boschero nel lungo musictalk trasformato in una lectio magistralis sulla storia del jazz.

Tra i brani che Rava e Diodati eseguiranno dal vivo nello studio live di Stereonotte: “Diva”, “Happy Shame”, “F-Express” e “Space Girl,  scritta per AstroSamantha: “Mi ha emozionato l’idea di questa prima donna italiana nello spazio e mia moglie mi ha suggerito il titolo”.

56 anni di carriera e 50 dall’esperienza del ’68: “Io sono uno di quelli che pensano che la musica non c’entri nulla con la politica, ma nel ’68 anche io sono rimasto coinvolto, anche perché il cosiddetto free jazz veniva visto come la musica della rivoluzione e il jazz ortodosso come la musica della reazione. Le conseguenze furono paradossali: a Umbria Jazz, Count Basie non riuscì ad esibirsi perché c’era un gruppo che si chiamava “Senza tregua” e aveva diffuso i volantini con la frase “Non fate suonare Count Basie perché è un servo della Cia”. Per far suonare Chet Baker, “colpevole” di essere uno sfruttatore dei neri, dovette salire sul palco Elvis Jones che prese il microfono per dire “Ragazzi, questo è uno di noi”.

Enrico Rava annuncia il prossimo progetto discografico con il funambolo dell’elettronica degli ultimi anni, Matthew Herbert, e con Giovanni Guidi al pianoforte: “L’ultima grande innovazione sul linguaggio è stata quella di Ornette Coleman e stiamo parlando del 1959. Vedo nell’elettronica una delle possibili vie di scampo per il jazz”.

Foto, video e contributi extra su www.raiplayradio.it e sulla pagina fb del programma (facebook.com/stereonotte).


A questo LINK un pezzo in anteprima: "Space Girl" scritto per Samantha Cristoforetti

mercoledì 20 dicembre 2017

"La notte è più bello" su Radio1: la playlist di Jovanotti



Stereonotte, lo spazio musicale di Rai Radio1, trasmette a partire dall’1.30 di questa notte, una lunga e appassionata chiacchierata con Lorenzo Jovanotti che parte dall’amore per la musica alla radio: “Ho sempre amato la notte e quando sono in tour non riesco mai a dormire prima delle 5, ma quando sono a casa vado a letto presto. Ho cominciato ad apprezzare la mattina e a frequentarla quando è nata mia figlia Teresa, perché mi piace accompagnarla a scuola. La prima cosa che faccio quando mi sveglio è scaricare i podcast dei programmi che seguo di più”.

Sfogliando il libro  “Sbam. Il diario di viaggio del nuovo album”, Jovanotti ci porta sulle tracce di Joe Strummer, Bruce Springsteen, Fabrizio De André: “attraverso Smisurata preghiera ho scoperto Alvaro Mutis che è diventato uno dei miei scrittori preferiti – dichiara Lorenzo -. De André ha insegnato qualcosa a tutti, anche a chi non l’ha mai ascoltato. Qualcosa di lui arriva sempre e comunque, attraverso una forma di oralità”. 

Nella playlist proposta a Stereonotte non poteva mancare Johnny Cash e il racconto dell’incontro con il produttore di questo suo ultimo album, un vero mito della musica americana, Rick Rubin, già al lavoro sulla serie “American Recordings” di Cash: “Rubin è molto concentrato sull’idea di ristabilire il primato della canzone come forma d’arte e non come business. La sua missione è asciugare il suono, riportare l’attenzione verso la canzone nella sua forma più essenziale”. 
Al microfono di Silvia Boschero, Jovanotti ha espresso il suo apprezzamento per la novità musicale degli ultimi tempi, la trap: “Il battito della trap mi interessa molto. Questa musica è veramente nuova, per la prima volta non è derivativa da nulla, non riesco a risalire alle fonti sonore di quel mondo lì. C’è sempre un albero genealogico, perché l’hip hop viene dal blues e dal funk, la dance viene dalla disco e dalla black music, ma nella trap faccio fatica a trovarlo, perché forse è una musica che scaturisce dal rapporto tra un uomo e un computer”.

giovedì 23 novembre 2017

La missione di Wim Mertens


Stereonotte, lo storico spazio musicale notturno di Radio1, trasmetterà venerdì 24 novembre, una speciale intervista con Wim Mertens, maestro del minimalismo europeo, protagonista, qualche giorno fa, di un concerto in esclusiva al Teatro Regio di Parma con i sessanta elementi della Filarmonica Arturo Toscanini nell’ambito del Barezzi Festival.


Al microfono di Silvia Boschero, Mertens ha annunciato in anteprima assoluta il titolo della sua prossima opera: “Missionized”. “Un lavoro nato intorno al concetto di “missione”, ha detto il re fiammingo dell’ambient e dell’avant-guarde –. Sono partito da questa domanda: possiamo avere la pretesa di lavorare per una missione? Può la musica avere di nuovo una missione? Ma il disco avrà anche a che fare con la tematica della colonizzazione: l'opera dei missionari appunto. Il fatto che gli europei imposero un loro standard nell'arte, nella cultura e, ovviamente, nell'economia”.


Il pianista e compositore belga che nel libro “American minimal music” parlava della musica rivoluzionaria degli anni ‘60 e ‘70 crede fortemente nella creatività delle nuove generazioni: “Oggi abbiamo molti giovani compositori, non ci sono solo quelli della mia età, ma i ventenni. E la loro creatività non dipende più da qualcuno che deve dare loro il permesso, ora hanno un accesso libero da sfruttare. E' un'evoluzione interessante perché ci stiamo allontanando dagli standard in tutti i generi: nella musica classica, in quella orchestrale, nel pop e nella musica commerciale. A mio parere tutto ciò ha a che fare con la nostra relazione con l'autorità. Che oggi è completamente cambiata. Negli anni ‘60 e ‘70 c'era rispetto totale dell'autorità, che era accettata da tutti, e quindi rispetto dello standard. Sappiamo che tutti gli aspetti dell'autorità (il rapporto professore-studente, genitore-figlio), tutte queste cose sono cambiate. Anche la maniera di produrre musica negli anni Settanta era diversa, dipendeva anch'essa da un'autorità: noi eravamo totalmente dipendenti dalle orchestre. Quando invece iniziai a registrare con un multi-traccia significò che non dipendevo più da ensemble istituzionali o organizzati. Dalle autorità musicali”. 


Questo distinto signore belga di sessantaquattro anni ricorda, infine, il suo esordio tutto italiano: “Nel 1982, il mio primissimo concerto fuori dal Belgio fu a Bologna e Siracusa. Suonai open air a Bologna e poi guidai tutta la notte, portando con me il mio piano elettrico, che era un piano italiano, fino alla Sicilia. Quando arrivai la prima cosa che feci fu andare a tagliarmi i capelli dal barbiere. Fu un fatto simbolico: qualcosa era cambiato nella mia vita. Stavo finalmente realizzando il mio sogno di fare dei concerti e accadde proprio in Italia”.

Tra i brani in scaletta, Stereonotte trasmetterà il tema più celebre di Mertens “Struggle for pleasure”, brano divenuto popolare nel nostro paese negli anni ’80 come colonna sonora di uno spot televisivo.