sabato 9 settembre 2017

Canteranno le canzoni: Rino Gaetano e i suoi figli unici



Gianna oggi ha 56 anni. Non la canzone, ma lei, la protagonista, quella ragazza un po’ confusa e tanto felice che, suo malgrado, ha rappresentato i due momenti di svolta nella vita artistica di Rino Gaetano. La prima nel 1978, quando “Gianna” arriva terza a Sanremo e prima in Hit Parade; la seconda nel 1996, grazie agli Articolo 31, artefici della riscoperta e della contagiosa “rinomania”. La loro “Così e cosà”, un rap con campionamenti vocali e strumentali di “Gianna”, prende linfa da un ritornello marpionissimo e rinnova il tormentone, scatena la curiosità dei ragazzi per quel personaggio col cilindro che ogni tanto spunta su manifesti e magliette come un Che Guevara col cappello di Petrolini.

Il culto è dilagante e, con gli anni, produce libri, biografie, cover, tribute-band, festival, rassegne, un inedito a Sanremo e una fiction per la tv. I “luoghi” romani di Rino diventano meta di raduni e pellegrinaggi: piazza Sempione, il portone di casa con la targa alla memoria, l’incrocio del 2 giugno sulla via Nomentana, il Verano.

Rino, il Jim Morrison italiano, ispira versi, confidenze e poesie racchiuse nei quaderni che la sua unica sorella, Anna, mette a disposizione di quanti vanno a trovarlo. Fiori, peluche, ciondoli, accendini, disegni, concertini improvvisati, ognuno in quel piccolo riquadro lascia quel che può, ma di Rino si sono portati via più volte anche la fotografia (fino a che Anna non ne ha messa una antifurto in ceramica) e qualcuno a caccia di reliquia o suo surrogato, ha addirittura sottratto l’ukulele in marmo che era fissato con un perno sulla lapide.

Gli anni Ottanta non sono stati grandi alleati, ma il ricordo di Rino non si è mai spento completamente. Nasce un premio itinerante organizzato da Pino Scarpettini, compagno di It, la mitica etichetta discografica che ha creduto in Rino Gaetano, nella sua voce roca, nel look anticonformista, nel suo sguardo lucido e poetico, nelle sue trovate da palcoscenico. Tra gli emergenti premiati dal 1982 al 1985: Mario Castelnuovo, Giampiero Artegiani, Grazia Di Michele, Flavio Oreglio.
Nei negozi spunta qualche raccolta quando il cd prende il posto dei vinili nei nostri scaffali e il primo tributo con “Aida ‘93”, una versione a più voci su etichetta Bmg Ariola con i cantautori partecipanti all'iniziativa “Tour in Città”: Mario Amici, Angela Baraldi, Leandro Barsotti, Samuele Bersani, Bungaro, Enzo Carella, Bracco di Graci, Angelo Messini, Tosca.

Negli anni le royalties sui suoi brani finiscono direttamente nelle casse della Rca che deve recuperare i settantacinque milioni che Rino aveva chiesto in anticipo per l'acquisto di una casa e per potersi sposare.
Poi le grandi dichiarazioni di amore e ammirazione degli ultimi anni. Tutta una generazione di cantautori dice di essersi ispirata direttamente a Rino Gaetano o di ritrovarsi descritta così bene nelle sue parole.

Dopo gli Articolo 31, anche Piotta si lancia in citazioni. “E’ il mio cantante preferito – ha dichiarato Tommaso Zanello – Uno che ha insegnato a molti come dire certe cose tra le righe con ironia”. Lorenzo Jovanotti, quando ricorda i suoi esordi radiofonici, racconta le ore trascorse al revox a compilare la colonna sonora della notte: “All’epoca non c’era la playlist, si poteva mettere di tutto. Ascoltavo poco gli italiani, ma devo ammettere che il modo di scrivere di Rino Gaetano mi ha influenzato molto”. E ancora: Simone Cristicchi che nel 2003 vince il “Cilindro d’Argento” un premio per cantautori emergenti all'interno del Festival "Una Casa per Rino" e per il suo idolo scrive una poesia in romanesco. Max Gazzè, per le filastrocche che non passano per puro disimpegno, Peppe Voltarelli per l’urlo malinconico surrealista e lo sguardo tipico di chi vive tra due luoghi.

Una scoperta per Sergio Cammariere, anche lui calabrese, unito a Rino da una certa somiglianza fisica e anche da un segreto di famiglia finalmente svelato: la madre di Rino è figlia “illegittima” di Francesco Cammariere, nonno di Sergio. Da Francesco Tricarico, “sono legato a Rino per una sorta di affinità stilistica e per la forte componente teatrale del suo lavoro”, fino a Brunori Sas che del continuo confronto col mito di Crotone, va fierissimo: “Sarà perché lo sguardo disilluso è un po’ il marchio di fabbrica di chi ha vissuto in un paese del sud”. Anche la vittoria semiologica di Gabbani a Sanremo ci riporta al Festival del 1978: “Le mie influenze musicali sono molto eterogenee, ma essere paragonato a Rino mi fa un piacere estremo”.

Nel gioco delle parole a incastro e del divertire con intelligenza, cantano Gaetano anche Pino Marino e Daniele Silvestri, vicini per il gusto del paradosso, della citazione, del situazionismo serio e gigionesco.
Tanti gli artisti presenti nei vari tributi: Andrea Rivera, Diana Tejera, Paolo Rossi, Tetes de Bois, Bobo Rondelli, Zibba, Bugo, Roberta Carrieri, Babalot, Angela Baraldi, Claudio Santamaria, oltre, naturalmente, alla Rino Gaetano Band (la cover band ufficiale guidata dal nipote Alessandro Gaetano).

E lui, Rino Gaetano, cosa amava di più, cosa ascoltava? I Beatles e i cantautori, Enzo Jannacci era il suo preferito. Ma l’allievo batte il maestro quando all’inizio del ’75, Jannacci pubblica “Quelli che” della durata di oltre otto minuti, Rino gli risponde con “Ma il cielo è sempre più blu”, superandolo di una decina di secondi.

Rino è cresciuto in collegio tra i libri di Pavese, Palazzeschi, Ionesco, a teatro aveva interpretato Beckett e Majakovskij. Alle domande sulla politica e il “nonsense”, con il suo scanzonato spirito anarchico, tagliava corto: “Io scrivo canzoni d’amore per la società”.

Una testimonianza di “rinomania” all'estero arriva da un'intervista di qualche anno fa con Nicola Di Bari, il primo ad incidere una canzone di Rino Gaetano, “Ad esempio a me piace il sud”, nel 1974: “M’innamorai subito del suo modo di fare. Per gli altri era un fuori quota, per me un piccolo poeta. Era meridionale come me, Rino raccontava una situazione che conoscevo bene, era una dolce critica alla nostra maniera di essere al sud, con qualche inflessione politica dentro, ma comunque leggera. Ad ogni modo, il pezzo mi somigliava tantissimo e continua a essere uno dei miei cavalli di battaglia. Nella versione spagnola il brano assume il tono di una ribellione nei confronti della società ed è diventata la canzone simbolo degli studenti sudamericani. Un inno che si intona alle feste di laurea, per contestare le cose che non vanno da quelle parti..”.


Proprio come aveva sperato lo stesso Rino Gaetano durante un concerto: “Sento che in futuro le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera!”. O, quella volta in tv, nel ’79, quando Pippo Baudo, utilizzando il metodo Rino, scherzando gli chiese: “Tra questi tre personaggi chi vorresti essere: Renato Rascel, Renato Carosone, Renato Zero?” e Rino rispose: “Vorrei essere re-nato”.




© Riproduzione riservata
da "Vinile" agosto 2017

sabato 4 marzo 2017

Sotto il cielo di Roma con Mannarino


Roma a cielo aperto. Parte da qui, dalla sua città, Alessandro Mannarino per tornare dalla musica che lo ha rapito, quella capace di portar via anche la tristezza. Il suo “amor all’incontrario”, con i suoi silenzi e le sue contraddizioni, è il simbolo, il bersaglio e il motivo stesso di questo disco.
“Roma”, canzone d'apertura, è la sua “avvelenata”, feroce come una pasquinata, dedicata a chi sceglie di restare. Per resistere bisogna strillare più forte delle campane “che sonano sempre, sonano lente, sonano a morte”.

Mannarino, in “Apriti cielo” c’è ancora la rabbia del tuo disco d’esordio?
Quella è superata. Già dal secondo album e, soprattutto con “Al monte”, il terzo, ho seguito un percorso più riflessivo e questo nuovo lavoro non lascia spazio al malumore ma alla consapevolezza. La rabbia di oggi viene dalla delusione.

Quale? 
Se cammino per le strade vedo una situazione sconfortante: grida xenofobe, muri che si alzano, mentre il cielo è sempre più scuro.

Da cosa dipende tutto questo?
Dall’ideologia religiosa, dalla teocrazia, questa associazione a delinquere tra Stato e Chiesa che impone in ogni nostro quartiere la presenza di una caserma e di una chiesa, una a controllare il corpo, l’altra la mente. E il responsabile principale di tutto ciò è il Papa Re.

Anche questo Papa?
Certo, il dogma non è mica cambiato ed è quello il male assoluto. Considerare le nostre vite quasi come un pre-purgatorio in cui espiare le colpe. E invece io voglio dire che la carne vale, che il corpo è una cosa bellissima, la vita ha un inizio e una fine, e non c’è religione che possa dividerci.

Come nelle atmosfere sonore del tuo disco…
E’ un escamotage esotico che ho inserito nella mia musica per raccontare un’altra storia, quella del sincretismo religioso dell’Africa e di chi non ha secoli di cattolicesimo alle spalle.

C’è anche la tua passione per la musica brasiliana e un artista in particolare, Chico Buarque. Come l’hai conosciuto?
L’ho incontrato a Rio de Janeiro, a casa sua, o meglio sul suo campo da calcio, dove si allena ancora oggi, a 73 anni, tre volte alla settimana. Mi ha detto: “italiano catenaccio” e mi ha piazzato subito in difesa.

Avete parlato anche di musica?
Gli ho detto che ho imparato tanto dalle sue canzoni e che gli sono grato per tutto quello che ha scritto e fatto. Poi mi ha mostrato la foto di una partita con Bob Marley, su quello stesso campo, tanti anni fa.

Tornando a “Roma”, scrivi “serve la bandiera co le stelle”, a cosa ti riferisci?
Roma è una provincia dell’Impero violentata dagli americani che libera tutti e poi li occupa, ma attraverso Roma, voglio parlare dell’Occidente stesso. Anche sui dollari c’è l’occhio di Dio, questa connivenza Stato-Chiesa è ovunque, in tutti i posti di potere: “hai creduto alla bucía de un mercante forestiero e der magnaccia della Compagnia”.

Quale Compagnia? Dei Gesuiti?
L’ha detto tu, non io.



© Riproduzione riservata

lunedì 20 febbraio 2017

Accentuate the positive: incontro con Al Jarreau (ottobre 2004)

Da "Il Tempo" (ottobre 2004)


Bretelle nere e berretto da crooner, Al Jarreau, lo scat-singer del jazz, si esibirà mercoledì sera all’Auditorium Parco della Musica in un show a base di swing e popular-standard dell’America anni Quaranta. Il sessantaquattrenne “musicista vocale”, come è stato definito per la sua versatile abilità, ha appena inciso “Accentuate the positive”, il suo punto di vista sul cosiddetto swing revival. Nato a Milwaulkee, nel Wisconsin, Al Jarreau è stato l’unico interprete a vincere il Grammy Award in tre differenti categorie: jazz, pop e rhythm’n’blues. Un’intensa emozione, ritmica, elastica e mistica, è il motore pulsante del suo stile vocale: il grande successo arriva negli anni ’80, quando brani come “Your song” di Elton John, “She’s leaving home” dei Beatles, “The dock of the bay” di Otis Redding, grazie alla sua interpretazione si trasformano in nuovi hit da classifica. A distanza di tanti anni, il suo charme appare intatto al servizio della musica delle origini e si traduce anche in suo personale omaggio a Betty Carter nel brano “Betty Bebop’s song”.

Mister Jarreau, ha scelto un titolo promettente per il suo nuovo album...

“Accentuate the positive” è un brano del 1944, scritto dalla coppia di autori Mercer-Arlen come “ac-cent-tchu-ate the positive” per esaltare la scansione sincopata e brillante del tema. Esistono molte canzoni che contengono lo stesso tipo di messaggio, ma questa è quella che più ha a che vedere con il mio background e le mie origini. E’ la mia visione della vita, l’unico mezzo per il perseguimento della felicità. Essere allegri e, al tempo stesso, eliminare la negatività che ci circonda è il primo dei miei comandamenti”.

Con quale criterio ha selezionato i brani del disco?

“Ho sempre fluttuato tra i generi ed è sempre stato facile collocarmi in diverse categorie e, nello stesso tempo, in nessuna. Per la prima volta posso dire di aver realizzato un album jazzy, il mio primo “jazz-oriented album”. E’ il disco più acustico e diretto che abbia mai inciso. Si va dai classici come “The nearness of you” di Hoagy Carmichael e “The foolish heart” di Victor Young a “I’m beginning to see the light” di Duke Ellington e “Groovin’ high” di Dizzy Gillespie, passando per “Waltz for Debby” di Bill Evans”.

Cosa pensa dell’ondata swing che ha portato al successo internazionale giovani cantanti come Michael Bublè o Jamie Cullum?

“Bublè? Come ha detto che si pronuncia? No, non lo conosco. Niente male Cullum, ma siamo sicuri che sia un crooner? Vede, Cullum rielabora un background jazzistico per fare un altro tipo di musica e la sua bravura consiste nel saper trasformare l’old style in qualcosa di divertente”.

Chi è oggi il cantante jazz?

“Siamo ancora lontani dalla possibilità di racchiudere il jazz in una definizione. Billie Holiday è jazz. Jon Hendricks o Harry Cornick rappresentano diversi modi di intendere il cantante jazz. Gli interpreti pop o r&b, nell’approccio vocale sono un tono sotto ai jazzisti, ma è una definizione di cui non sono sicuro. Diana Krall è nella tradizione di un Nat King Cole, e un chitarrista come George Benson è un ragazzo che fa soprattutto scat e bebop.

C’è una canzone del momento che le piacerebbe incidere?


“E’ veramente difficile da trovare. Non ascolto molto le novità, ma alla radio ho scoperto le voci di Sheryl Crow, Mary J. Blige e Celine Dion”.


T. P.




© Riproduzione riservata

martedì 10 gennaio 2017

L'aria triste che noi amiamo tanto

1967-2017: cinquant'anni senza Luigi Tenco


Dead man singing. Tenco è un morto che canta. Uno spirito del suo tempo in anticipo sui tempi. Il Pasolini della musica leggera che ha tracciato la linea contro il pericolo di un golpe musicale e da quella “linea gialla” sembra che ti dica “Io so. Io so i nomi”.

Un rocker, un jazzista, un crooner che canta e scrive di nascosto, pieno di propositi, brani come “Ciao ti dirò” e sempre salutando ne va con “Ciao amore ciao”, senza fare in tempo a realizzarli. Suicida o no (e io direi proprio di no), Tenco non poteva immaginare che quella canzone di presunta “evasione”, sarebbe stata davvero un addio.

Le cose migliori di Tenco autore e interprete sono quelle in cui abbandona le convenzioni da balera, il folk-beat o il primo rock’n roll d’imitazione e prende consapevolezza della sua irrequieta esigenza di espressione artistica.
Con lui, nel volgere di pochissimi anni, la canzone di protesta diventa canzone di lotta, il tono confidenziale è più vicino all’irriverenza di Piero Ciampi che alla morbidezza di velluto di Nat King Cole, a cui all’esordio diceva di ispirarsi.

Il suo sorpasso era nelle scelte che già aveva fatto. Come autore, anzi, era già decollato: in tante memorie Fabrizio De André ha scritto che per cuccare si spacciava per Tenco, che mentre ballava con una ragazza sulle note di “Quando”, diceva che quelle parole le aveva scritte lui. Di certo, non uno sfigato. Il Festival, dal canto suo, aveva già bocciato in precedenza canzoni come “E se domani” e “Il ragazzo della via gluck” non mandandole in finale. Brani di Giorgio Calabrese e Adriano Celentano, colleghi frequentati molto da vicino per non sapere che da quelle esperienze se ne potevano trarre anche vantaggi.

E’ nelle ballad che Tenco diventa il grande cantautore, un simbolo per tutti quelli alla ricerca di altri mondi musicali possibili, alternativi alla logica commerciale. Nelle sue canzoni antisistema, in anticipo sul ’68, il privato diventa politico. Luigi Tenco è l'archetipo del cantautore militante degli anni ‘70 addirittura in un film del ‘62, “La cuccagna”, per la regia di Luciano Salce, dove al posto di un suo brano preferisce inserire, voce e chitarra, “La ballata dell'eroe” di De André. Il romanticismo della sua poetica e della sua figura ne fa, però, giustamente più un poeta maledetto del rock che  il cantore della lotta di classe.

Con un linguaggio schietto, elegantemente scandaloso, preso dal quotidiano e non dal canzoniere dei luoghi comuni, Tenco disturba i benpensanti, smonta il castello della morale diffusa: “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”; “Se sapessi come fai a fregartene così di me”; “Così la smetterai di darmi il tuo amore col contagocce”, solo per citare qualche verso.

L’ultima foto scattata a Luigi Tenco da Renato Casari
 il 26 gennaio 1967 al Casinò di Sanremo
 per “La Domenica del Corriere”.
In un’intervista radiofonica di quel Sanremo, ritrovata da Enrico de Angelis, Daniele Piombi chiede a Tenco se la sua canzone sia adatta o meno ai giovani. Con una risposta chiara e candida, lui ribalta tutta la mentalità dell'epoca: “Io penso che i giovani, come tutti gli altri, siano adatti alle belle canzoni”.

Fin dal suo primo album, il progetto culturale di Tenco è quello che poi battezzerà col nome di “Linea gialla” in contrapposizione alla “Linea verde” propugnata da Mogol, il suo maggior antagonista ideologico in quell’edizione del Festival e nei mesi che precedettero la rassegna.

Le mie canzoni – scriveva Tenco nelle note di copertina del primo LP –vanno viste non tanto nel quadro della “Musica leggera” o “da ballo” quanto in quello della musica popolare”.
In successive dichiarazioni la linea gialla si va definendo: “Secondo me la soluzione non è quella di guardare all'estero per imitare il genere degli altri. L'unica cosa da fare è sfruttare il patrimonio musicale nazionale. Bang bang è un disco che va fortissimo  in questi giorni, ed è una melodia tipicamente italiana. Ma si vende perché è stata proposta dagli americani. Se l’avessimo fatto noi per primi, non ci avrebbero nemmeno guardati in faccia. Bisognerebbe prendere melodie tipiche italiane e inserirle nel sound moderno, come fanno i negri con il rhythm and blues, che proviene dal jazz, o come hanno fatto i Beatles, che hanno dato un suono di oggi alle marcette scozzesi invece di suonare con le zampogne”.

Sempre in risposta a Mogol, più orientato verso il superamento della protesta con motivi e temi incentrati sull'ecologismo e la speranza, nel novembre del '66 il settimanale “Big” pubblica una lettera di Tenco: “Perché la linea verde? A cosa serve? E soprattutto a chi serve? Serve a chi vuole intorbidare le acque o per cause bassamente pubblicitarie o comunque speculative. Noi nella pace e nella libertà non vogliamo “sperare”, ma preferiamo ora lottare su una trincea fatta di splendide e significative note, per conservarle o conquistarle. Questo è bene che si sappia, com’è bene che i giovani si guardino dai mistificatori della musica leggera”.

Nell'ora talent del giudizio, del replicante che si inceppa, della scorciatoia al successo e del risultato immediato,  è questa la più importante eredità di Luigi Tenco.



© Riproduzione riservata


giovedì 22 dicembre 2016

Fuga dal mondo con
Juri Camisasca e Rosario Di Bella

Juri Camisasca e Rosario Di Bella

Dagli attici di Milano ai giardini di Milo, dai ritmi celestiali della vita monastica alla natura esplosiva dell’Etna, c’è un piccolo lembo di terra siciliana dove si respira musica e spiritualità.
A pochi metri dalla casa di Battiato, nella periferia di una contrada di un paese di ottocento abitanti, vivono Juri Camisasca e Rosario Di Bella, le due anime del disco “Spirituality”. Due artisti uniti da quella forma di empatia che si realizza solo attraverso la musica e la ricerca interiore. Di Bella, da molti anni compositore di colonne sonore “con una libreria di suoni in testa e negli hard disk”, ha ideato un disco “dalla struttura pop che all’interno offre un tempo dilatato e rilassato”. Juri Camisasca ha alternato la sua attività artistica a lunghi periodi di silenzio, a partire da quegli undici anni di vita monastica e due da eremita intorno al suo vulcano. E di questo e altro parla oggi, tra nuovi e vecchi loop da mettere in musica.

Juri, come si fa a conciliare la tensione verso il silenzio, l’isolamento, la fuga dal mondo, e il pubblico, i concerti, le case discografiche?
Quando fai delle cose che gli altri apprezzano, quando ti senti gratificato, ti ritrovi a fare selfie come se niente fosse. Ricordiamoci che nelle Sacre Scritture c’è scritto “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”. Da qualche anno, poi, in me è scattato un tale distacco da tutto, per cui stare qui dove vivo, circondato dagli alberi o su un palcoscenico, è la stessa cosa. E’ una grazia.

Cosa ti spinse alla vita monacale?
Juri Camisasca, Franco Battiato, Rosario Di Bella
Intorno ai vent'anni ero insoddisfatto, confuso, non mi chiedevo nemmeno cosa fosse la vita. Credevo di trovare una via di uscita attraverso la musica ma poi ho capito che non era così. In un momento di grande sconforto, improvvisamente, sono stato inondato da una luce che non è di questo mondo e che mi ha invaso con una pace che non è assolutamente descrivibile. Non si tratta di uno stato psicologico, ma di una sostanza penetrata nel mio cervello e nelle mie cellule. Per anni sono vissuto in questo stato, tanto che anche i miei amici non riuscivano a capire cosa mi fosse successo.

Quali differenze hai trovato tra la musica che amavi, il rock, e la musica sacra?
I canti gregoriani, la musica indiana hanno una forza ascensionale, hanno la capacità di elevare le tue capacità interiori. Questo non può avvenire con la musica rock perché colpisce altre fasce, parlo dei chakra. Gli indiani dicono che a seconda di come vengono stimolati questi centri che sono dentro di noi, tu vivi un’esperienza molto terrena, sensuale, oppure no. Se vieni colpito nei centri più alti, dal cuore alla gola al cervello, entri in contatto con energie più sottili. Sono musiche che superano l’individualismo, l’egocentrismo e ti elevano verso altre dimensioni. L’arte è una cosa e la qualità umana un’altra cosa, il canto gregoriano è un canto corale, le persone più sono interiormente pure, più il canto si fa elevante. Chi va a X-Factor o a Sanremo non pensa a queste cose, ma solo a mettere avanti la sua personalità. Un musicista indiano può avere una grande personalità, ma nel momento in cui suona un raga gli viene una specie di trascendimento del fattore egoistico.

Juri Camisasca in una foto anni '70
Però il rock ha le sue radici nel blues, nel gospel…
Certo, quando mi chiedono chi sia la mia cantante preferita io rispondo sempre Billie Holiday. Non aveva niente di spirituale, ma una sofferenza incredibile dentro di sé, mi tocca il cuore tutte le volte che la ascolto.

C’è qualche cantautore capace di emozionarti in questo modo?
Battiato ha raggiunto delle belle quote e non si può non citare Dylan, anche se è impastoiato con la politica. Ho amato tanto anche Donovan perché aveva un’anima molto serena e candida. I cantautori sono un po’ la salvezza nel campo musicale.

Perché?
Nel momento stesso in cui si mette a comporre dà più spazio alla sua verità interiore che non alla voglia di affermarsi, fare successo. Credo molto nella sincerità del cantautore.

Chi preferisci tra gli italiani?
Subsonica sono stati un buon gruppo, i Bluvertigo, i Nuclearte, un gruppo siciliano che ho scoperto recentemente. Capisco che i ragazzi oggi abbiano voglia di iniziare una carriera, però mi chiedo, la musica che spazio ha?

Nella musica e nella ricerca spirituale spesso si parte da un maestro. Franco Battiato lo è stato per te?
E’ l’amicizia che ci unisce più che il percorso spirituale. Franco per me è stato importante soprattutto agli inizi quando andavo a trovarlo a casa sua e me lo vedevo con il pianoforte smontato con ferri e mollette per cercare delle sonorità. E’ stato il primo in Italia ad utilizzare il Vcs per fare musica elettronica, mi affascinava. Per me è stata un’apertura verso un campo sonoro al quale non avevo pensato. Io facevo la canzone “chitarra e voce” e mi fermavo lì, non vedevo come rivestire il brano e nemmeno mi interessava. Per me la canzone era già completa in quella maniera. Abbiamo suonato tante volte insieme anche a casa sua, lui si metteva alla tastiera, facevamo delle improvvisazioni meditative, mantriche, in fondo il suono è solo un modo per entrare in te stesso. Franco è l’amico di una vita e ancora collaboriamo. Insieme abbiamo scritto un brano per l’ultimo disco di Biagio Antonacci, “Aria di cambiamento”. Nel campo spirituale invece ho due maestri: lo sri indiano Aurobindo e Santa Teresa d’Avila.

Non pensi che il concept di “Spirituality” costituisca una gabbia o una bibbia per i testi?
E' un concept con la stessa matrice spirituale, ma come disco non è facilmente catalogabile, avevo in mente le cose di Arvo Pärt, Terry Riley e Klaus Schulze e l’ultimo brano, ”Spirituality”, ha un chiaro riferimento alla cosmic music degli anni ‘70. Io ritengo che in questo disco il connubio testo-musica sia molto equilibrato, certo il suono di per sé colpisce direttamente i centri dell’anima, la musica non avrebbe bisogno del testo per comunicare qualcosa, poi magari una frase di un testo ti entra dentro e diventa il tuo mantra, te la ripeti durante la giornata, ma il suono ti colpisce nelle parti sottili della tua interiorità. Io e Rosario abbiamo volutamente escluso riferimenti politici o di natura polemica e ci siamo fatti guidare da quello che la canzone richiedeva e non riesco ad immaginare questi brani diversi da come sono. La tecnologia è importante per lavorare in questa direzione. Anche se il mio sogno rimane quello di fare un album solo chitarra e voce o piano e voce.

Hai già qualche nuovo lavoro in mente?
Sto per pubblicare il live degli ultimi due concerti, voce e armonium con Roberto Mazza all'oboe, che feci negli anni 70 nel teatrino della Villa Reale di Monza e alla Comuna Baires di Milano.

Dalla chitarra all’armonium, quando è avvenuto questo passaggio?
Si era formato un gruppo che si chiamava Il Telaio Magnetico, con Franco Battiato, Mino Di Martino, che suonava nei Giganti, Terra Di Benedetto, e c’ero pure io che cantavo col megafono.
Abitavo a Porta Ticinese a Milano, all'ultimo piano, nessun vicino, suonavo indisturbato a tutte le ore del giorno e della notte. Uscivo di casa solo perché insegnavo musica nelle scuole elementari di Milano 2. Un giorno vidi questo organetto a casa di Claudio Rocchi, ne aveva uno bianco. Anche lui abitava all’ultimo piano, in una casa bellissima, in viale Campania. Gli chiesi se poteva prestarmelo e così me lo lasciò per più di un anno. Rocchi è stato il primo in Italia ad iniziare un certo percorso, mi parlava di Lao Tse e di altre filosofie orientali di cui io non sapevo assolutamente nulla. E’ stato un grande e non ha avuto assolutamente quello che si meritava.




© Riproduzione riservata
Intervista pubblicata su "Cantautori" dicembre 2016




venerdì 18 novembre 2016

Campare d'aria
Peppe Voltarelli VS Otello Profazio



Al Carpino Folk Festival l’abbraccio più sincero. Durante l’esibizione di Peppe Voltarelli, Otello Profazio irrompe sulla scena e dichiara: “Devo ammettere che sei bravo. Sei uno dei pochi che riesce a coinvolgere il pubblico come faccio io, solo con la voce, la chitarra e il racconto delle storie”.
“Voltarelli canta Profazio”, ha vinto la targa Tenco 2016 per la sezione “Interpreti”, un progetto che ha radici profonde e che ha portato due artisti nati in provincia di Cosenza, lo stesso giorno, ma a trentatré anni di distanza, a condividere palchi e rassegne, dalla Calabria a Sanremo, dove quest'anno Profazio ha ritirato il Premio Tenco alla carriera.

Peppe Voltarelli, quando è avvenuto il tuo primo incontro con Otello, il più divo dei cantanti folk?
Alla fine degli anni Settanta. Mio padre l’aveva invitato a fare un concerto al Festival dell’Avanti di Crosia. Ero un bambino e Profazio un gigante, la voce della mia terra. Quando arrivai alle scuole medie, la mattina al bar c’era la Gazzetta del Sud con le sue “Profaziate”, una specie di editoriale in prima pagina da eminente “pensatore dello Stretto”. Al mercato sotto casa, sulla bancarella  di audiocassette, tra i successi del momento e qualche altro artista glocal da classifica, c’era sempre lui e la sua “Qua si campa d’aria”, il manifesto in musica di noi indipendenti, libertari, sfacciati, disperati, umili, essenziali, internazionalisti, naturisti, emigranti anche da fermi.

Otello come ha commentato la notizia del Tenco?
Mi ha mandato questo sms: “chissà se la Calabria ci perdonerà di aver vinto questo premio”.

Cos’è, un’altra “Profaziata”?
“Significa che quando fai una cosa buona dai sempre un po’ fastidio a qualcuno. E’ l’eterna paura dell’invidia, di trattenere le gioie nel timore di fare del male a un altro”.

Eppure, come scrivi nel libretto del cd : “Con i piedi nella terra, il canto dei lavoratori, il canto civile, l’amore, queste canzoni hanno dentro tutto l’essenziale per la pace”.
“Sono brani cha hanno tutto ciò che occorre per crescere, per diventare buoni cittadini e uomini migliori. Non sono fatte soltanto per intrattenere all’ascolto, ma per far muovere le idee. “Mafia e parrini” parla della connivenza tra Chiesa e malaffare,  è come una lancia acuminata, ti dice che puoi difenderti dal sopruso”.

Nella scelta dei brani, tra il Profazio più sagace e pungente e quello scanzonato-disimpegnato, hai privilegiato il primo. Stai pensando di ampliare il tuo omaggio con altre canzoni?
“Quando ci riferiamo alle canzoni politiche di Profazio, parliamo soprattutto del suo lavoro su Ignazio Buttitta. Era l’aria che respiravo in famiglia, papà portava a casa i giornali di partito, era abbonato a Stella Rossa. Così, mi sono posto nei confronti di Otello come uno studente di un movimento universitario che sceglie il suo Che Guevara: ho scelto il Profazio meridionalista e socialista. Nel tour italiano, invece, e da fine novembre, anche in Canada, Argentina e Stati Uniti, dedicherò  molto spazio anche al repertorio più leggero e più folk. Con me ci sarà Anna Corcione che cura la parte video dello spettacolo.

Di Profazio ti affascina anche la sua capacità di irretire il pubblico con piccoli artifici come il pizzicato che ricorda il movimento delle bici a scatto fisso o la “frullata della mano”. Puoi descriverci questa tecnica ?
“Immagina la tua mano quando butti il sale nella pasta e poi ti pulisci le dita, ecco lui le corde le tocca così. La sua impostazione è molto teatrale, stende il suo tappeto sonoro su cui, a intervalli regolari, poggia le strofe con pause, piccoli accenti, sussulti, tutto è funzionale alla narrazione. Non è un virtuoso, è un cantastorie.

Tre dischi di canzone d’autore da riscoprire?
Lungo i bordi (Massimo Volume), Le maschere infuocate (Alunni del Sole), Aria (Alan Sorrenti).


© Riproduzione riservata
Pubblicato su "Cantautori" novembre 2016

mercoledì 22 giugno 2016

Le quattro stagioni dell’Irpinia e il solstizio lucano di Vinicio Capossela

Il tour “Polvere” debutta il 23 giugno nell’ex cava Ricci di Pignola
"Antonio Infantino? Uno che mette la mano sul fuoco per descrivere il fuoco"






Il tour estivo di Vinicio Capossela partirà dalla “Polvere” di una cava, una terrazza scavata sui monti di Pignola, in Lucania, la regione più folk e magica d’Italia, come scriveva, oltre sessant’anni fa, Ernesto de Martino. Lo scenario ideale per un disco d’Appennino, che Capossela ha concepito a Calitri, il paese dove è nato suo padre Vito, canzoni “sponzate” in un immaginario rurale, mitico, mitologico, ancestrale, quello dell’alta Irpinia, che si accoppia paesaggisticamente e culturalmente (complice il letto del fiume Ofanto), con la vicina Lucania.
Si chiama “Canzoni della cupa” e non poteva non contenere il timbro potente e ruvido dello strumento lucano più emblematico e onomatopeico, il cupa-cupa di Antonio Infantino e del suo inseparabile Agostino “Agotrance” Cortese.

L’album “Canzoni della cupa” offre due dorsi, due lati diversi, come il nostro Paese tagliato, o meglio, cucito dalla dorsale appenninica. Paesi dell’Italia interna che offrono una faccia all’ombra e un’altra al sole e che hanno un aspetto diverso a seconda che siano accecati dalla luce o baciati dalla luna, con due letture diverse del folk, una più rassicurante, l'altra decisamente meno.

Nel lato “Polvere”, Capossela reinterpreta canti di tradizione e brani di cantautori del Sud, primo fra tutti, Matteo Salvatore, registrati in parte tredici anni fa e completati tra i vicoli del paese d’origine; nel secondo “Ombra”,  la frontiera del lupo, le vallate irpino-lucane si fondono con la frontiera tex-mex di Flaco Jimenez, quella dei Calexico del deserto di Tucson, fino a quella dei Los Lobos, in composizioni originali nate dalla sua appassionata frequentazione delle musiche e dei musicisti di tradizione.

L'album è uscito anche in versione vinile in quattro LP, a rafforzare l’importanza del disco come creatura musicale da custodire, un formato che fa venire subito alla mente l’opera più importante di Matteo Salvatore, “Le quattro stagioni del Gargano”, pubblicata a metà degli anni Settanta in quattro dischi a 33 giri. In un anno, dopo un libro, un film e due cd, il cerchio si chiude a Pignola, dove questo ciclo si era aperto nel 2003.

C’è un legame forte tra la Lucania e Matteo Salvatore che alla fine degli anni Settanta, dopo le sue vicende giudiziarie, fu ospitato da amici come il poeta Vito Riviello e il cantautore Pietro Basentini per una serie di trasmissioni radiofoniche registrate nella sede regionale della Rai e il tema della ciclicità delle stagioni torna anche nel giorno prescelto per la data zero del tour,  il 23 giugno, la notte di San Giovanni, quella che Shakespeare ha chiamato “sogno di una notte di mezza estate”.
Un’altra citazione lucana, anche in questo caso involontaria, si ritrova, infine, nei titoli scelti per i due lati di “Canzoni della cupa”, ancora una volta a indicare il mutare delle stagioni: “Pulvus et umbra sumus” era, infatti, un verso di un’ode del poeta latino Orazio, nato a Venosa.

A poche ore dal debutto lucano del tour, nell’ambito del festival “Percorsi diversi” organizzato dalla Compagnia della Varroccia, nel pomeriggio di sole e di prove, Capossela condivide su facebook: “Siamo sinceramente ammirati da quanto hanno messo in piedi i ragazzi di Pignola per il prossimo concerto d'apertura delle “Canzoni della Cupa”. Non è solo un allestimento, è un set cinematografico! Un western metafisico! In una cava disposta come gli antichi greci disponevano i loro anfiteatri, su un infinito fatto di monti ondulanti e nuvole in viaggio”.

Lo stesso entusiasmo contagioso dei “Portatori del Santo”, i ragazzi della festa patronale in onore di San Gerardo (prutettor d’ Putenza generale…) incontrati al Potenza Folk Festival, proprio in occasione dell'annuncio di questo tour, che gli fa dire: “Vorrei invitare chiunque abbia in mente e in cuore di aprire un’impresa a delocalizzarla nei nostri paesi dell'Italia interna (anziché a Taiwan o in Bulgaria), dove si trova il sostegno di quel fattore umano capace da solo di smuovere le montagne. Figuriamoci se fosse aiutato.”

Proprio in quell'occasione, a Potenza, Capossela ha risposto ad alcune domande sullo spirito lucano che in qualche modo lo attrae e confluisce nella sua ricerca.

Ripartiamo dal titolo che da queste parti fa pensare alla percussione sdoganata anni fa dai tarantolati di Antonio Infantino. Perché “Canzoni della cupa”?

“Si chiama così perché nel paese di Calitri, come in moltissimi altri paesi dell’Italia interna, c'è una contrada che si chiama cupa, dove batte poco il sole, territorio delle leggende, dei racconti, delle cose che non si capiscono bene. A Calitri, in particolare, si dice che, tra la paglia del fieno alto, si nascondesse la “creatura della cupa”, una neonata ritrovata da un contadino, attirato dal suo pianto, in una notte di pioggia. La leggenda racconta che quest’uomo nel tentativo di sollevarla, perché troppo pesante, si accorse che la piccola aveva le sembianze di un demone, di una creatura del mondo magico, come diceva de Martino. In paese è diventato un modo di dire per indicare chi è basso di statura e pesa molto, un po’ come tutte le mie zie che non superano il metro e sessanta di altezza, ma non si riescono ad alzare da terra. Sono in qualche modo anche loro creature della cupa, e lo è anche questo doppio cd che è un disco di alto peso specifico”.

Cosa ti piace di questi luoghi e cosa ti porta così spesso a sconfinare in Basilicata?

"Sicuramente l’attrazione per tutta l’opera di studiosi come De Martino e Carlo Levi. Quando, nel 2003, ho cominciato a lavorare alle canzoni di questo disco, fu proprio Infantino a suggerirmi di andare a Pignola perché c’era un gruppo che faceva ancora musica popolare con il cupa cupa e gli strumenti della tradizione. All’epoca avevo ascoltato soprattutto i dischi del leggendario Gino Volpe. C’era una tarantella lucana formidabile che ascoltava mio padre con un forsennato comando di quadriglia che finiva così: “evviva il Meridione, evviva la Lucania, evviva Potenza”, andando a stringere gradualmente l'obiettivo e tu già sapevi dove andava a parare".

Perché questo cerchio si chiude ora, dopo tredici anni?

"Credo che ci siano delle cose a cui bisogna dare del tempo, perché ingigantiscono dentro di noi, soprattutto se attingono alla stessa materia della terra e quindi delle stagioni. Questo vuol dire che l’estate torna tutte le estati, la notte di San Giovanni c’è tutti gli anni, è un tempo ciclico dove in realtà il tempo non passa. In “Canzoni della Cupa” si parla di quello che non è bene in vista, ma che è un’ombra che sta riparata, nascosta. Sono delle cose a cui bisogna dare fede e tempo. E’ un lungo lavoro che è stato fatto non solo per questo disco, ma anche per il libro che si chiama “Il paese dei coppoloni”. Carlo Levi, quando studiava il mondo dei contadini, parlava “del tempo ciclico”, dove le cose sono quasi immobili. E’ una dimensione legata alla poesia, al mito, ma noi viviamo in una dimensione diversa che è quella che lui chiamava “Civiltà dell’orologio”.
Questo tempo immobile me lo sono conservato a lungo perché mi piace molto starci dentro."

Dopo Matteo Salvatore, ti sei avvicinato ed hai frequentato artisticamente altre due figure di grande fascino e carisma musicale, il già citato Infantino ed Enzo Del Re. Puoi descriverceli nella loro unicità?
"Mi fa piacere ricordare queste figure perché sono conosciute molto meno di quanto meriti la loro arte. Matteo Salvatore è stato il più grande cantore dello sfruttamento e della disuguaglianza e della fame soprattutto nel mondo del latifondo meridionale dal fascismo fino agli anni ’50. Un trovatore che ha cantato nella lingua del paese da cui veniva, una lingua molto aspra come le cave di pietra di Apricena, che io personalmente ho scoperto all’estero. Un musicista francese mi ha fatto ascoltare per la prima volta un disco del grande Matteo Salvatore, “Il lamento del mendicante”. L’ho conosciuto negli ultimi anni della sua vita e aveva lo sguardo della faina, era un cantastorie popolare che ha messo dentro di sé tutta l’arguzia la furberia, la prontezza di spirito di questo tipo di cultura.
Enzo Del Re era un intellettuale, un anarchico, o, come l’ha definito Giovanna Marini, “un santo” per la sua integrità e per la sua mono-tonicità della dottrina marxista più schierata e più pura. Ha fatto canzoni meravigliose accompagnandosi solo con il rumore di una sedia perché voleva trasformare la sedia elettrica che aveva ucciso Sacco e Vanzetti in uno strumento di vita e di musica e si definiva oggettista-corpofonista.
Un anno dopo la sua morte, a Mola di Bari nella serata organizzata in suo onore, sono rimasto stordito dalla “potenza di fuoco” di Antonio Infantino e dai suoi ragazzi di Tricarico che suonavano “Avola”. Non ho mai sentito raccontare la storia di uno sciopero che finisce con i morti ammazzati dalle forze dell’ordine, così, senza nessuna retorica, ma con quella potenza di una cronaca diretta, di uno che mette la mano sul fuoco per descrivere il fuoco. Infantino è una specie di sciamano-profeta, un ottimo osservatore con cui si può parlare di architettura, di energia del cosmo, della Tricarico di Rocco Scotellaro, di tarantolati, di anni ‘70, di quella stagione di grandi innovazione sulle radici della tradizione.