martedì 16 gennaio 2018

Il cielo d'Irlanda e la salsa di mirtillo




Ho scoperto la cranberry sauce quando facevo l’Università.  Dividevo l’appartamento con Audrey, una ragazza irlandese che ha studiato e lavorato a Roma con l’Erasmus. Certo, al cinema tutti intingono il tacchino nella salsa di mirtilli. L’avevo visto in “Quel che resta del giorno” con Anthony Hopkins o in qualche serie tv americana nella scena dell’immancabile pranzo del ringraziamento. Ma il mirtillo era sapere che ogni tanto avrei ascoltato una telefonata tra una madre e una figlia nella lingua scura di Dublino.
Audrey si presentò come ci saremmo vestiti noi nella fase dark di almeno dieci anni prima, quando si ascoltavano i Cure, per capirci: anfibi, capelli nero corvino, top con bretelline, gonne lunghe, matita intorno agli occhi. Tutto rigorosamente nero. Nero con gli occhi celesti su una pelle bianchissima.

Al sole di Roma, quelle volte che Audrey usciva senza lo stucco di protezione sul viso, rientrava rossa come un peperone e le lentiggini che cercava di nascondere con uno strato di cerone bianco che manco la notte di Halloween, tradivano la vera identità, più vicina al candore bucolico di Holly Hobbie che al look lugubre e mortifero di Marylin Manson.

Il vero diavolo era la carne che non mangiava, ma a dire il vero non sono mai riuscita a capire come facesse ad andare avanti a pacchetti di patatine e bicchieri di vino rosso e coca cola, la sua miscela preferita. Infatti, mica li beveva separatamente. Insieme diceva che erano più buoni (anche perché il vinello era quello lanciato sulle tavole di mezzo mondo in confezione tetra pack).

Audrey aveva sempre una bottiglia del suo bibitone accanto al letto. Anche quella mattina quando, diretta verso il bagno, fui quasi accecata da un cono di luce divina nel corridoio. La mia coinquilina era andata a dormire lasciando la porta blindata spalancata, che spaventoso ossimoro. Meno male che nell’androne c’era Egisto, il portiere, un meraviglioso mestiere che anche a Roma purtroppo sta scomparendo.
Erano gli anni dei pub irlandesi e lei lavorava in uno di questi. Quando andavo a trovarla, riuscivo a dirle due parole solo mentre lavava i bicchieri. I bicchieri al pub si lavavano così: due secondi di immersione in una vaschetta piena di detersivo annacquato e poi capovolti a scolare sulla tovaglietta rettangolare con il logo della Guinness.
Erano gli anni dei piercing sulla lingua e dei Cranberries, ma Audrey era pazza di Eros Ramazzotti. Forse all’epoca, per gli studenti Erasmus, era l’unico approccio per iniziare a masticarla la lingua.

Mi parlava molto della sua famiglia numerosa, di un’Irlanda bigotta dove tutti spacciavano pillole del giorno dopo, ma anticoncezionali neanche a parlarne. Dove ti potevi ubriacare come se non ci fosse un domani e appena uscito dal College ti sposavi per metter su famiglia. Delle “vacanze romane” di Audrey e del cielo d’Irlanda visto da qui, ho imparato le sfumature. E anche quel nero, che ora in giro per il mondo abbracciando gli elefanti, la ragazza con gli occhi azzurri e le sopracciglia sottili non indossa più, non era proprio nero nero. Era il nero scolorito, il nero che perde dopo tanti lavaggi. Noi diremmo che diventa color melanzana, ma invece era proprio salsa di mirtillo.



giovedì 11 gennaio 2018

Nello spazio live di stereonotte con Enrico Rava e AstroSamantha...




Il 12 gennaio, a partire dall’1.30, Stereonotte trasmetterà il live di un gigante del jazz: Enrico Rava. A 78 anni, il trombettista, band leader e “guru” per diverse generazioni di musicisti, non smette di confrontarsi con i giovani talenti.
Nello spazio musicale notturno di Rai Radio1, Enrico Rava sarà accompagnato, infatti, da Francesco Diodati, vincitore, per quattro anni consecutivi del referendum della rivista JazzIt nella categoria miglior chitarrista.

“Stereonotte è una luce in mezzo a tutto il buio che c’è intorno, come i dischi che hanno illuminato la mia infanzia”: saluta così gli ascoltatori l’ospite di Silvia Boschero nel lungo musictalk trasformato in una lectio magistralis sulla storia del jazz.

Tra i brani che Rava e Diodati eseguiranno dal vivo nello studio live di Stereonotte: “Diva”, “Happy Shame”, “F-Express” e “Space Girl,  scritta per AstroSamantha: “Mi ha emozionato l’idea di questa prima donna italiana nello spazio e mia moglie mi ha suggerito il titolo”.

56 anni di carriera e 50 dall’esperienza del ’68: “Io sono uno di quelli che pensano che la musica non c’entri nulla con la politica, ma nel ’68 anche io sono rimasto coinvolto, anche perché il cosiddetto free jazz veniva visto come la musica della rivoluzione e il jazz ortodosso come la musica della reazione. Le conseguenze furono paradossali: a Umbria Jazz, Count Basie non riuscì ad esibirsi perché c’era un gruppo che si chiamava “Senza tregua” e aveva diffuso i volantini con la frase “Non fate suonare Count Basie perché è un servo della Cia”. Per far suonare Chet Baker, “colpevole” di essere uno sfruttatore dei neri, dovette salire sul palco Elvis Jones che prese il microfono per dire “Ragazzi, questo è uno di noi”.

Enrico Rava annuncia il prossimo progetto discografico con il funambolo dell’elettronica degli ultimi anni, Matthew Herbert, e con Giovanni Guidi al pianoforte: “L’ultima grande innovazione sul linguaggio è stata quella di Ornette Coleman e stiamo parlando del 1959. Vedo nell’elettronica una delle possibili vie di scampo per il jazz”.

Foto, video e contributi extra su www.raiplayradio.it e sulla pagina fb del programma (facebook.com/stereonotte).


A questo LINK un pezzo in anteprima: "Space Girl" scritto per Samantha Cristoforetti

mercoledì 20 dicembre 2017

"La notte è più bello" su Radio1: la playlist di Jovanotti



Stereonotte, lo spazio musicale di Rai Radio1, trasmette a partire dall’1.30 di questa notte, una lunga e appassionata chiacchierata con Lorenzo Jovanotti che parte dall’amore per la musica alla radio: “Ho sempre amato la notte e quando sono in tour non riesco mai a dormire prima delle 5, ma quando sono a casa vado a letto presto. Ho cominciato ad apprezzare la mattina e a frequentarla quando è nata mia figlia Teresa, perché mi piace accompagnarla a scuola. La prima cosa che faccio quando mi sveglio è scaricare i podcast dei programmi che seguo di più”.

Sfogliando il libro  “Sbam. Il diario di viaggio del nuovo album”, Jovanotti ci porta sulle tracce di Joe Strummer, Bruce Springsteen, Fabrizio De André: “attraverso Smisurata preghiera ho scoperto Alvaro Mutis che è diventato uno dei miei scrittori preferiti – dichiara Lorenzo -. De André ha insegnato qualcosa a tutti, anche a chi non l’ha mai ascoltato. Qualcosa di lui arriva sempre e comunque, attraverso una forma di oralità”. 

Nella playlist proposta a Stereonotte non poteva mancare Johnny Cash e il racconto dell’incontro con il produttore di questo suo ultimo album, un vero mito della musica americana, Rick Rubin, già al lavoro sulla serie “American Recordings” di Cash: “Rubin è molto concentrato sull’idea di ristabilire il primato della canzone come forma d’arte e non come business. La sua missione è asciugare il suono, riportare l’attenzione verso la canzone nella sua forma più essenziale”. 
Al microfono di Silvia Boschero, Jovanotti ha espresso il suo apprezzamento per la novità musicale degli ultimi tempi, la trap: “Il battito della trap mi interessa molto. Questa musica è veramente nuova, per la prima volta non è derivativa da nulla, non riesco a risalire alle fonti sonore di quel mondo lì. C’è sempre un albero genealogico, perché l’hip hop viene dal blues e dal funk, la dance viene dalla disco e dalla black music, ma nella trap faccio fatica a trovarlo, perché forse è una musica che scaturisce dal rapporto tra un uomo e un computer”.

giovedì 23 novembre 2017

La missione di Wim Mertens


Stereonotte, lo storico spazio musicale notturno di Radio1, trasmetterà venerdì 24 novembre, una speciale intervista con Wim Mertens, maestro del minimalismo europeo, protagonista, qualche giorno fa, di un concerto in esclusiva al Teatro Regio di Parma con i sessanta elementi della Filarmonica Arturo Toscanini nell’ambito del Barezzi Festival.


Al microfono di Silvia Boschero, Mertens ha annunciato in anteprima assoluta il titolo della sua prossima opera: “Missionized”. “Un lavoro nato intorno al concetto di “missione”, ha detto il re fiammingo dell’ambient e dell’avant-guarde –. Sono partito da questa domanda: possiamo avere la pretesa di lavorare per una missione? Può la musica avere di nuovo una missione? Ma il disco avrà anche a che fare con la tematica della colonizzazione: l'opera dei missionari appunto. Il fatto che gli europei imposero un loro standard nell'arte, nella cultura e, ovviamente, nell'economia”.


Il pianista e compositore belga che nel libro “American minimal music” parlava della musica rivoluzionaria degli anni ‘60 e ‘70 crede fortemente nella creatività delle nuove generazioni: “Oggi abbiamo molti giovani compositori, non ci sono solo quelli della mia età, ma i ventenni. E la loro creatività non dipende più da qualcuno che deve dare loro il permesso, ora hanno un accesso libero da sfruttare. E' un'evoluzione interessante perché ci stiamo allontanando dagli standard in tutti i generi: nella musica classica, in quella orchestrale, nel pop e nella musica commerciale. A mio parere tutto ciò ha a che fare con la nostra relazione con l'autorità. Che oggi è completamente cambiata. Negli anni ‘60 e ‘70 c'era rispetto totale dell'autorità, che era accettata da tutti, e quindi rispetto dello standard. Sappiamo che tutti gli aspetti dell'autorità (il rapporto professore-studente, genitore-figlio), tutte queste cose sono cambiate. Anche la maniera di produrre musica negli anni Settanta era diversa, dipendeva anch'essa da un'autorità: noi eravamo totalmente dipendenti dalle orchestre. Quando invece iniziai a registrare con un multi-traccia significò che non dipendevo più da ensemble istituzionali o organizzati. Dalle autorità musicali”. 


Questo distinto signore belga di sessantaquattro anni ricorda, infine, il suo esordio tutto italiano: “Nel 1982, il mio primissimo concerto fuori dal Belgio fu a Bologna e Siracusa. Suonai open air a Bologna e poi guidai tutta la notte, portando con me il mio piano elettrico, che era un piano italiano, fino alla Sicilia. Quando arrivai la prima cosa che feci fu andare a tagliarmi i capelli dal barbiere. Fu un fatto simbolico: qualcosa era cambiato nella mia vita. Stavo finalmente realizzando il mio sogno di fare dei concerti e accadde proprio in Italia”.

Tra i brani in scaletta, Stereonotte trasmetterà il tema più celebre di Mertens “Struggle for pleasure”, brano divenuto popolare nel nostro paese negli anni ’80 come colonna sonora di uno spot televisivo.



venerdì 3 novembre 2017

Carmen Consoli, la sirena che guarda il mare


Per gli speciali di Radio1 Rai dedicati all’ultima edizione del Premio Tenco, Stereonotte ha trasmesso l’intervista alla “cantantessa” italiana più amata, simbolo della canzone d’autore al femminile: Carmen Consoli.

“Tra i nuovi cantautori spicca senz’altro Levante – ha detto la Consoli –, un’artista molto originale e ironica. Se qualcuno ha voluto accostare il suo nome al mio, posso esserne solo lusingata”.

Dietro le quinte del Teatro Ariston di Sanremo, ai microfoni di Silvia Boschero e Timisoara Pinto, la Consoli ha parlato dei sogni di suo padre, di suo figlio, della nuova canzone d’autore, del suo intimo legame con il mare (tema del Tenco 2017) e di un ideale di accoglienza .

“Il mare è l’elemento che mi ha fatto decidere di vivere in Sicilia, di far crescere mio figlio a Catania con mia madre. La scuola di mio figlio è proprio sul mare, ad Aci Castello, e vedere ogni mattina questo blu immenso, bellissimo, brillante, è qualcosa a cui non credo di poter rinunciare.  E’ una grande metafora il mare, la metafora del viaggio, delle nostre odissee mentali, porti a cui approdare per poter crescere e cambiare. Un giorno anche mio figlio cercherà di andare via dalla sua terra, come lo abbiamo desiderato tutti. Il sogno è un valore che si è perso ultimamente. Noi inseguiamo il profitto in nome del dio denaro, però il mare ti restituisce questo diritto, l’idea che sia importante continuare a sognare".
Inevitabile un riferimento agli sbarchi dei migranti, ai quali, ha raccontato Carmen Consoli, talvolta ha portato un piccolo aiuto. "Purtroppo oggi il mare è anche ambasciatore di cose tristi. Sulle nostre coste questo sguardo oltre l’orizzonte ci restituisce frammenti di vite spezzate. Con la mia famiglia portiamo uova sode e coperte”.

Al Tenco in qualità di ospite, ma anche di produttrice di Gabriella Lucia Grasso che correva in cinquina per la Targa “miglior album in dialetto”, la Consoli ha ribadito l’importanza del lavoro artigianale anche in discografia: “Dare la possibilità ai nuovi cantautori di farsi conoscere era il sogno di mio padre e così anni fa abbiamo creato insieme la Narciso Records, un piccolo laboratorio sull’Etna pieno di strumenti analogici”.




venerdì 6 ottobre 2017

Per una musica senza “fake news”. Niccolò Fabi a Stereonotte Radio1


A Stereonotte su Rai Radio1, Niccolò Fabi canta Dylan, parla della sua generazione e racconta i risvolti virali di titoli shock, di cui recentemente è stato, suo malgrado, protagonista...


Questa notte, su Rai Radio1, il programma musicale “Stereonotte” ha trasmesso il live acustico e una lunga intervista con Niccolò Fabi. Ai microfoni di Silvia Boschero, il cantautore ha ribadito che il concerto-evento del 26 novembre a Roma non sarà certamente l’ultimo, ma una grande festa all’alba dei cinquant’anni (Fabi li compirà nel 2018).


Sul rapporto tra media tradizionali, social media e fake news, Niccolò Fabi ha raccontato le surreali conseguenze di un titolo
sensazionalistico che annunciava il suo congedo dal mondo della musica: “Da una parte mi ha sorpreso positivamente scoprire che fosse importante per qualcuno la notizia di un mio ritiro definitivo dalle scene. Dall’altra mi ha terrorizzato la consapevolezza che tutti noi, senza distinzione di età o livello culturale, leggiamo solo i titoli. Che si tratti di vaccini, terremoti o canzonette, il tipo di atteggiamento è lo stesso: non abbiamo più l’educazione all’approfondimento. Nei due giorni successivi al titolo-bufala abbiamo venduto mille biglietti per quel concerto. Le carriere si devono molto di più a questa presenza mediatica basata su notizie shock, che ai manifesti pubblicitari nelle grandi stazioni. L’effetto di un grande investimento pubblicitario tradizionale è nullo rispetto a una notizia che buca la disattenzione e arriva al livello “A” di attenzione mediatica”.

Non è l’unico episodio per il quale Fabi si ritrova a fare i conti con la potenza dei social o dei media in genere: Sui manifesti che pubblicizzavano la data di Napoli a inizio estate, la località Sant’Elmo è diventata S. Antelmo. Come se il santo si chiamasse Antelmo e non Elmo. La foto, con tanto di risatine e scritte ironiche, è finita sui social ed è rimbalzata immediatamente, tanto che il giorno dopo “Il Mattino” di Napoli ha titolato “Clamorosa gaffe sui manifesti della tournée di Niccolò Fabi”. Raccontare l’errore evidentemente fa molta più simpatia, tanto che a quel concerto abbiamo avuto un pienone che sinceramente non ci aspettavamo”.

Dopo i primi vent’anni di carriera suggellati con l’uscita, il 13 ottobre prossimo, del cofanetto Diventi Inventi 1997-2017”, Fabi prenderà solo una pausa. “E’ il tempo del festeggiamento. Dopo tanto "Costruire", è arrivata la fase del godimento. Bisogna anche assaporare quello che un uomo ha costruito con il tempo, altrimenti è una vita perennemente passata a una preparazione di qualcosa che poi rischia di non arrivare mai”.

A proposito di carriera, Niccolò parla della sua generazione: “A Roma avevamo un altro approccio estetico. A differenza degli Afterhours, dei Marlene Kuntz, dei La Crus e di altri protagonisti della scena anni Novanta, noi romani siamo etnicamente e biologicamente un popolo di cantautori. Questo non esclude il lavoro di gruppo. Tutt’altro: siamo dei cantautori che hanno sempre suonato con la band. Abbiamo trovato un difficilissimo equilibrio in cui poterci assumere la responsabilità nominale, personale del nostro lavoro e, allo stesso tempo, condividere la musica fra di noi. Abbiamo quindi una diversa modalità di essere “gruppo”. Inevitabilmente anche i riferimenti erano diversi: i Police, ad esempio, era la band che univa tutti noi. Quello di Sting era forse l’unico gruppo non ereditato dai fratelli maggiori, come è accaduto invece con i Led Zeppelin, i Pink Floyd o altri vissuti “di seconda mano”. E poi la nostra generazione aveva i cantautori con la chitarra: Dylan “l’inevitabile” perché era più facile da suonare rispetto a un James Taylor con i suoi arpeggi. Tra i riferimenti italiani sicuramente “i due Luci”, Lucio Battisti e Lucio Dalla, una produzione affascinante dal punto di vista delle sonorità con testi, manco a dirlo, grandiosi. Ma nel mio bagaglio ci metto anche i cantautori meno blasonati, più laterali, come Edoardo Bennato o Alberto Fortis, sicuramente  meno aulici, meno letterari rispetto a Fabrizio De André che, invece, ho sempre masticato meno, perché ci sentivo poca sporcizia musicale”.



sabato 9 settembre 2017

Canteranno le canzoni: Rino Gaetano e i suoi figli unici



Gianna oggi ha 56 anni. Non la canzone, ma lei, la protagonista, quella ragazza un po’ confusa e tanto felice che, suo malgrado, ha rappresentato i due momenti di svolta nella vita artistica di Rino Gaetano. La prima nel 1978, quando “Gianna” arriva terza a Sanremo e prima in Hit Parade; la seconda nel 1996, grazie agli Articolo 31, artefici della riscoperta e della contagiosa “rinomania”. La loro “Così e cosà”, un rap con campionamenti vocali e strumentali di “Gianna”, prende linfa da un ritornello marpionissimo e rinnova il tormentone, scatena la curiosità dei ragazzi per quel personaggio col cilindro che ogni tanto spunta su manifesti e magliette come un Che Guevara col cappello di Petrolini.

Il culto è dilagante e, con gli anni, produce libri, biografie, cover, tribute-band, festival, rassegne, un inedito a Sanremo e una fiction per la tv. I “luoghi” romani di Rino diventano meta di raduni e pellegrinaggi: piazza Sempione, il portone di casa con la targa alla memoria, l’incrocio del 2 giugno sulla via Nomentana, il Verano.

Rino, il Jim Morrison italiano, ispira versi, confidenze e poesie racchiuse nei quaderni che la sua unica sorella, Anna, mette a disposizione di quanti vanno a trovarlo. Fiori, peluche, ciondoli, accendini, disegni, concertini improvvisati, ognuno in quel piccolo riquadro lascia quel che può, ma di Rino si sono portati via più volte anche la fotografia (fino a che Anna non ne ha messa una antifurto in ceramica) e qualcuno a caccia di reliquia o suo surrogato, ha addirittura sottratto l’ukulele in marmo che era fissato con un perno sulla lapide.

Gli anni Ottanta non sono stati grandi alleati, ma il ricordo di Rino non si è mai spento completamente. Nasce un premio itinerante organizzato da Pino Scarpettini, compagno di It, la mitica etichetta discografica che ha creduto in Rino Gaetano, nella sua voce roca, nel look anticonformista, nel suo sguardo lucido e poetico, nelle sue trovate da palcoscenico. Tra gli emergenti premiati dal 1982 al 1985: Mario Castelnuovo, Giampiero Artegiani, Grazia Di Michele, Flavio Oreglio.
Nei negozi spunta qualche raccolta quando il cd prende il posto dei vinili nei nostri scaffali e il primo tributo con “Aida ‘93”, una versione a più voci su etichetta Bmg Ariola con i cantautori partecipanti all'iniziativa “Tour in Città”: Mario Amici, Angela Baraldi, Leandro Barsotti, Samuele Bersani, Bungaro, Enzo Carella, Bracco di Graci, Angelo Messini, Tosca.

Negli anni le royalties sui suoi brani finiscono direttamente nelle casse della Rca che deve recuperare i settantacinque milioni che Rino aveva chiesto in anticipo per l'acquisto di una casa e per potersi sposare.
Poi le grandi dichiarazioni di amore e ammirazione degli ultimi anni. Tutta una generazione di cantautori dice di essersi ispirata direttamente a Rino Gaetano o di ritrovarsi descritta così bene nelle sue parole.

Dopo gli Articolo 31, anche Piotta si lancia in citazioni. “E’ il mio cantante preferito – ha dichiarato Tommaso Zanello – Uno che ha insegnato a molti come dire certe cose tra le righe con ironia”. Lorenzo Jovanotti, quando ricorda i suoi esordi radiofonici, racconta le ore trascorse al revox a compilare la colonna sonora della notte: “All’epoca non c’era la playlist, si poteva mettere di tutto. Ascoltavo poco gli italiani, ma devo ammettere che il modo di scrivere di Rino Gaetano mi ha influenzato molto”. E ancora: Simone Cristicchi che nel 2003 vince il “Cilindro d’Argento” un premio per cantautori emergenti all'interno del Festival "Una Casa per Rino" e per il suo idolo scrive una poesia in romanesco. Max Gazzè, per le filastrocche che non passano per puro disimpegno, Peppe Voltarelli per l’urlo malinconico surrealista e lo sguardo tipico di chi vive tra due luoghi.

Una scoperta per Sergio Cammariere, anche lui calabrese, unito a Rino da una certa somiglianza fisica e anche da un segreto di famiglia finalmente svelato: la madre di Rino è figlia “illegittima” di Francesco Cammariere, nonno di Sergio. Da Francesco Tricarico, “sono legato a Rino per una sorta di affinità stilistica e per la forte componente teatrale del suo lavoro”, fino a Brunori Sas che del continuo confronto col mito di Crotone, va fierissimo: “Sarà perché lo sguardo disilluso è un po’ il marchio di fabbrica di chi ha vissuto in un paese del sud”. Anche la vittoria semiologica di Gabbani a Sanremo ci riporta al Festival del 1978: “Le mie influenze musicali sono molto eterogenee, ma essere paragonato a Rino mi fa un piacere estremo”.

Nel gioco delle parole a incastro e del divertire con intelligenza, cantano Gaetano anche Pino Marino e Daniele Silvestri, vicini per il gusto del paradosso, della citazione, del situazionismo serio e gigionesco.
Tanti gli artisti presenti nei vari tributi: Andrea Rivera, Diana Tejera, Paolo Rossi, Tetes de Bois, Bobo Rondelli, Zibba, Bugo, Roberta Carrieri, Babalot, Angela Baraldi, Claudio Santamaria, oltre, naturalmente, alla Rino Gaetano Band (la cover band ufficiale guidata dal nipote Alessandro Gaetano).

E lui, Rino Gaetano, cosa amava di più, cosa ascoltava? I Beatles e i cantautori, Enzo Jannacci era il suo preferito. Ma l’allievo batte il maestro quando all’inizio del ’75, Jannacci pubblica “Quelli che” della durata di oltre otto minuti, Rino gli risponde con “Ma il cielo è sempre più blu”, superandolo di una decina di secondi.

Rino è cresciuto in collegio tra i libri di Pavese, Palazzeschi, Ionesco, a teatro aveva interpretato Beckett e Majakovskij. Alle domande sulla politica e il “nonsense”, con il suo scanzonato spirito anarchico, tagliava corto: “Io scrivo canzoni d’amore per la società”.

Una testimonianza di “rinomania” all'estero arriva da un'intervista di qualche anno fa con Nicola Di Bari, il primo ad incidere una canzone di Rino Gaetano, “Ad esempio a me piace il sud”, nel 1974: “M’innamorai subito del suo modo di fare. Per gli altri era un fuori quota, per me un piccolo poeta. Era meridionale come me, Rino raccontava una situazione che conoscevo bene, era una dolce critica alla nostra maniera di essere al sud, con qualche inflessione politica dentro, ma comunque leggera. Ad ogni modo, il pezzo mi somigliava tantissimo e continua a essere uno dei miei cavalli di battaglia. Nella versione spagnola il brano assume il tono di una ribellione nei confronti della società ed è diventata la canzone simbolo degli studenti sudamericani. Un inno che si intona alle feste di laurea, per contestare le cose che non vanno da quelle parti..”.


Proprio come aveva sperato lo stesso Rino Gaetano durante un concerto: “Sento che in futuro le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera!”. O, quella volta in tv, nel ’79, quando Pippo Baudo, utilizzando il metodo Rino, scherzando gli chiese: “Tra questi tre personaggi chi vorresti essere: Renato Rascel, Renato Carosone, Renato Zero?” e Rino rispose: “Vorrei essere re-nato”.




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da "Vinile" agosto 2017